Archivi autore: Karin Maringgele

LA VALIGIA DEI DESIDERI

di Riccardo Tontaro

Una lettera? A quest’ora insolita, mah, pensai tra me e me… Doveva essere proprio una razzo a mandata importante: era stata spedita, solo tre minuti prima, dalla Svezia. Carta filigranata con francobollo di un paio di metri quadri leccato da poco e ben spiaccicato su una busta dalla quale uscì un foglio delle dimensioni di una tovaglia per tavolo da dodici. Era un invito. E che invito! Poche righe di inchiostro, raggrumato in una calligrafia che sapeva d’antico, dicevano che avevo vinto il premio Snobbel per la letiradure. Il premio Snobbel, hai capito, ripensai tra me e me. Ma la sorpresa, in quell’attimo di tronfiezza, si lasciò subito ammaliare dal panico: non avevo lo smoking. Mi fiondai quindi, nonostante l’ora tarda, da Ginetto il fighetto del borghetto, un trappolotto di uomo alto un metro e mezzo, cappello compreso, ma dalle maniere altamente raffinate, il quale, senza farsi pregare più del dovuto, aprì la sua vecchia valigia da mago, custodita nel sottotetto di quella sua casa periferica e suburbana, ed estrasse un vestitino lievemente appariscente. Ma comunque di smoking si trattava. O quello, verde ramarro fosforescente, o niente. Lo presi. Presi in prestito anche la camicia con il collo a beccuccio, un papillon a pois riannodato di recente e una coppia di gemelli di otto mesi, nel senso che erano alquanto grandicelli per i miei gusti. Ginetto fu così cortese da accompagnarmi alla stazione, salii – senza alcun biglietto – sul treno dei desideri e via!

Con me, impoltronato mica poco, quel treno non viaggiava su binari regolamentari, sfrecciando a tutto vapore verso la nordica destinazione. Mi avevano riservato un’intera carrozza, piena zeppa di cosette curiose. Ero solo, nessuno mi squadrava, nessuno mi controllava, e potevo toccare tutto, senza essere sgridato. Tanti oggetti, mai visti prima. Dischi, in vinile, che bastava solo guardarli e suonavano la musica che più ti piaceva, cuscini soffici per sogni d’oro, sor­prese con dentro l’ovetto, salsicce cicce che colavano di gioia, crauti gelosi che ne volevano un po’ anche loro, sole caldissimo in formato tascabile da usare al bisogno, pezzettini di cielo di ogni blu trapuntati di stelle di gomma, che quando cadevano rimbalzavano di nuovo al loro posto, lune in formato mignon, di quelle che ti fanno venire un friccico nell’anima, fiori, prati, mari da tuffarcisi dentro nudi, maschere che si scioglievano per cui non serviva mettersele, ampolle di libertà come l’aria incondizio­nata, boccette di pace intelligente, flaconi di pazienza per non ipocriti, pennelli colorati che dipingevano da soli, libri di favole parlanti, penne con l’inchiostro che da macchia si trasformava in parole di magia, fiori danzanti e vasetti di vetro colorati con dentro delle piccole stelline, con etichetta che diceva, a voce, “Aprimi”. Chiaramente, li aprii tutti, tutti quanti… Il soffitto a volta della carrozza si trasformò seduta stante in un piccolo firmamento. Rimasi incantato a guardarle per ore, volteggiavano così felici, le stelline mobili. Ma il loro posto, pensai, non è dentro una carrozza del treno, anche se era quello dei desideri. Allora aprii il finestrino e, una a una, le feci scivolare fuori, nel cielo, che quello è il loro posto. E, mentre mi guardavo i palmi delle mani, pieni di granellini luccicanti, mi accorsi che dagli altri finestrini uscivano dei retini. Solo che non erano farfalle quelle che stavano raccogliendo, erano farfallettere. Ed erano i retini dei poeti quelli che catturavano le parole, quelle più belle, e degli scrittori, che acchiappavano le frasi più incantevoli di sempre per metterle in fila, insieme a qualche sensazione da brivido, nei loro racconti. Di quelle farfallettere ne raccolsi qualcuna anch’io: sono dentro queste poche righe che ho, vanitosamente, “scritto”. Che sarebbe sufficiente sfogliare una qualsiasi cosa “scritta” nei primi del Novecento per farmi subito volare molto basso. Ad esempio, queste poche righe di Louis Ferdinand Céline (Viaggio al termine della notte, 1932): “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.

Ma questo è il bello, e il difficile, dello scrivere e del leggere: si può viaggiare con qualcun altro nel suo viaggio? Penso di sì, anche se la stessa vita, talvolta, ce le tira dure – “delusione e fatica”: basta solo aprire una valigia, o un libro, o un quaderno di pagine ancora bianche. E partire…

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La Valigia Rosa (breve storia a lieto fine)

di Laura Innocenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era il mese di giugno 2019, e sono partita da Bolzano con il treno per Schiavonea, piccola frazione della Costa Ionica calabra, 1113 km, 13 ore di viaggio.

Avevo affittato per un mese un appartamento vista mare per me, i miei due figli e il nostro cane Roy.

Axel, il primogenito sarebbe partito dopo dieci giorni per raggiungere gli amici in Puglia, invece io e Dylan ci saremmo fermati tutto il mese. Visto che l´idea di far viaggiare Roy in una stiva d´aereo non mi sarebbe mai passata per l´anticamera del cervello, ho deciso che il viaggio l´avremmo fatto in treno! Per viaggiare più leggeri la scelta migliore sarebbe stata quella di spedire una grossa valigia per posta.

Una volta arrivati al paese, ho scoperto che la mia valigia non è mai arrivata! Pertanto ci siamo ritrovati veramente con quattro straccetti. Abbiamo comprato un costume a testa, un asciugamano e abbiamo proseguito la vacanza nella speranza di riuscire a recuperare il bagaglio, prima o poi. Sarebbe stata la vacanza più “minimal” di sempre.

Nonostante le mille chiamate alla posta e ai vari corrieri, che pareva avessero preso in carico il pacco, le ultime tracce della valigia si perdevano a Roma.

La sera dell´arrivo in Calabria abbiamo fatto conoscenza con Daphne, o quantomeno così la chiamavano gli abitanti del paese… una cagnolina tipo Amstaff (un pittbull un po’ più grosso) abbandonata per strada.

Lei ci aspettava sempre e dopo qualche giorno, ho ceduto miseramente al suo fascino e l´ho fatta salire in casa. Inutile, lei mi ha scelta e ho deciso di fare “il salto”, ossia portarla via con me.

Nel giro di poco la vacanza è terminata e della mia valigia nemmeno l’ombra. Siamo ripartiti con poche cose …e due cani. Con Dylan abbiamo poi deciso di fare una tappa a Roma per spezzare il lungo viaggio.

Giunta a Bolzano mi sono recata in posta e grazie alle conoscenze di un’impiegata ed un’accurata descrizione della mia valigia rosa, si è scoperto che era ferma nel magazzino di Salerno, tra i pacchi anonimi. Ebbene si era perso il cartello con mittente e destinatario. Dopo un paio di giorni, rieccola a casa, dove dovrebbe stare.

Morale:

Io credo, e ne sono fermamente convinta, che nulla capiti per caso… che quella valigia non sia mai arrivata proprio per lasciarmi libera una mano, una mano per un guinzaglio in più!
Quella calda estate ha voluto che le cose che non avevo con me lasciassero spazio a qualcosa di più profondo e che mi riempirà il cuore per sempre.

La valigia di Faya

di Pietro Marangoni

Ormai è ora. Il battere del cuore in gola aumenta ogni qualvolta guardo l’orologio. Vorrei che le lancette rallentassero. Magari, si fermassero.

Mancano ormai pochi minuti. Fra dieci, o poco più, la jeep di Ahmed arriverà. Senza perdere tempo caricherà la mia borsa e mi porterà all’aeroporto. Quello di Faya Largeau. In quel villaggio ai piedi del Tibesti, nel nord del Ciad, i militari francesi – ai tempi non lontani della guerra contro Gheddafi – avevano costruito tra la sabbia una pista per i loro caccia. Lì, in quella gelida mattina di gennaio, mi avrebbe atteso un aereo che mi avrebbe riportato in Europa. A casa.

Non c’è più tempo da perdere. Non c’è tempo per ripercorre con la mente il viaggio appena concluso. Devo riempire in fretta e furia la mia sacca rossa e farci stare tutto. E nel rispetto del limite imposto dei 15 chili da poter imbarcare in stiva. Un’impresa tutt’altro che facile. Devo, quindi, compattare bene il sempre ingombrante sacco a pelo. Devo mettere assieme la poca biancheria che ho portato con me e che, quando è usata, ingombra molto più spazio rispetto alla partenza, quando era tutta bella piegata. Devo trovar posto anche alla preziosissima tendina ad ombrello che mi garantisce indimenticabili pernottamenti all’ hotel de “La belle étoile”. Considerando poi che la giacca-piumino la tengo addosso e che tutto il materiale fotografico, macchina, obiettivi, batterie, lo ripongo nello zainetto “a mano”, il borsone è già stracolmo. La cerniera non riesce quasi a chiudersi. Devo però trovare assolutamente lo spazio per sistemare il … “tesoro” che ho trovato e che ho deciso di portarmi a casa. Sì, sarà ancora una volta la mia sempre abbondante busta dei medicinali a doversi… sacrificare. Resterà a Faya. Per qualcuno anche una sola compressa di ibuprofene, un antidolorifico, un antidiarroico, una boccetta di preziosissimo collirio, costituisce pur sempre un inatteso e insperato sollievo. Ecco: lo spazio per il mio “tesoro” c’è. Evviva!

Il “tesoro”? Si tratta di due grandi piatti di paglia secca intrecciata e decorati con stoppie più scure e una bordatura di sottili fettucce di pelle. Due capolavori! Me li aveva offerti una ragazzina, che viveva di nulla (e nel nulla), al bordo del più azzurro dei laghi di Ounianga. L’avevo incontrata mentre se ne stava rannicchiata sulle sue ginocchia coperte dal suo ampio velo colorato. Davanti a sé aveva alcune altre cianfrusaglie e un paio di collanine dai vetrini colorati che aveva pazientemente infilato nelle sue – credo interminabili – giornate trascorse in quel luogo tanto meraviglioso, quanto desolato e isolato. Forse stava solo giocando, come fanno tutti i bambini, a fare “il mercato”. I suoi occhioni mi dicevano che sarebbe stata felice se avessi “giocato” anch’io. Il suo sguardo dolce e rassegnato implorava un’offerta per le sue mercanzie. E quando le porsi alcune banconote verdi, di cui non conosco neppure il valore tanto somigliavano a quelle inutili del Monopoli, i suoi grandi occhi si sollevarono lentamente per guardarmi e, d’improvviso, si riempirono di sole. Incredula, ghermiti fulmineamente i danari, con uno scatto felino, si è alzata ed è fuggita verso la sua casa di fango secco.

Sì, quei due vassoi di paglia dovevano starci assolutamente. E dovevo riporli nella mia borsona rossa in modo che non si rovinassero. Erano l’essenza di quel mio viaggio nel deserto. Dovevano arrivare a casa intatti, a testimoniare che la bellezza si riesce a trovare ovunque. Quei due piatti di paglia mancavano nel mio personale “museo dei ricordi”. Facevano parte del bagaglio della vita.

 

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Josef Haberzettl – da chef ad albergatore (parte 4a)

 

 

Bad Kissingen (1913 – 1937)

All’età di 56 anni, dopo aver gestito un ristorante a Teplice e un grande albergo a Kołobrzeg, Josef Haberzettl acquistò l’Hotel Regina a Bad Kissingen e vi si trasferì nel novembre 1913 con la moglie e le due figlie Rosa, di 19 anni, e Margarete, di 14 anni.

Dei  figli maschi, Viktor, che allora aveva 25 anni, e Fritz, di 18 anni, non si fa menzione nei registri delle presenze.

 

L‘Hotel Regina sorgeva ai piedi del monte Altenberg ed era immerso in un grande parco. Distava circa cinque minuti dalla sala destinata alle cure idropiniche e dagli stabilimenti termali di Bad Kissingen.

 

Hotel Regina Bad Kissingen, depliant “Genesung- und Erholungsheims Bad Kissingen des Landesverbandes Bayrischer Krankenkassen e.V. Sitz Nürnberg.”

 

Poco si sa, purtroppo, del destino dell’albergo durante la Prima guerra mondiale e negli anni fino al 1925, quando la struttura fu venduta.

Ad acquistare l’albergo fu l’Unione delle casse mutue tedesche  (Deutscher Krankenkassen Hauptverband), che lo trasformò in una casa di cura. In una pubblicazione si afferma che fino allo scoppio della Prima guerra mondiale il Regina, gestito dalla famiglia Haberzettl, era annoverato tra gli alberghi di maggior prestigio di Bad Kissingen.

Dopo la cessione, fu ristrutturato l’intero edificio e fu rinnovato l’allestimento delle 82 camere. Poiché a giudicare dall’aspetto esteriore non furono realizzati annessi, è lecito pensare che anche la struttura originaria contasse un’ottantina di camere con circa 130 letti.

In uno scritto piuttosto datato di cui purtroppo non si conosce l’anno di pubblicazione, l’autore, Bernd Werner, ripercorre l’ evoluzione della struttura da albergo a casa di cura. La cronistoria include una fotografia del 1911 che ritrae il personale e i gestori.  

Supponendo che le persone intorno al tavolino e i due ragazzini seduti per terra e sullo sgabello fanno parte della famiglia dei gestori, l’organico dell’albergo nel 1911 consisteva di 27 addetti, di cui 15 uomini e 12 donne.

Proviamo ora ad assegnare i dipendenti alle varie brigate, a partire dal loro abbigliamento.

 

Foto di gruppo del personale e dei gestori del Hotel Regina nel 1911.

 

Gli uomini che portano il berretto con la visiera sono senz’ombra di dubbio identificabili come addetti alla portineria: il n. 21, seduto, è il concierge; porta un berretto che probabilmente reca il nome dell’albergo, e sul risvolto della giacca si possono notare i distintivi delle clefs d’or, le “chiavi d’oro”; il n. 27 potrebbe essere il secondo portiere o conducteur, che, alla guida dell’omnibus dell’albergo trainato da un cavallo, prelevava i clienti e li riportava in stazione, si incaricava di portare i bagagli e forse fungeva anche da portiere di notte;

il n. 16 ha l’aspetto molto giovane e porta un berretto e una giacca da abito; potrebbe trattarsi di un garzone oppure di un aiuto portiere che sbrigava commissioni e fungeva da facchino;

il n. 1 potrebbe essere l’autista dell’albergo; infatti, sembra appoggiarsi a un’autovettura (di cui si distingue una ruota).

 

Illustrazione dell’abito del portier, Manuale dell’Industria Alberghiera 1929.

 

Ecco come il “Manuale dell’Industria Alberghiera“ del Touring Club Italiano del 1923 descrive l’uniforme del concierge o portiere d’albergo: porta una rendigote con risvolti del collo e delle maniche in velluto e due chiavi incrociate ricamate sul revers (pag. 330); di sera, indossa un gilet bianco.

Tutti gli altri addetti alla portineria portano un abito nero con la giubba completamente abbottonata. In alcuni alberghi il personale addetto alla portineria è riconoscibile dai galloni dorati sul collo e sulle maniche.

 

 

 

 

 

 

 

I due giovanotti contrassegnati dai numero 25 e 26 che indossano gilet e grembiule potrebbero essere dei facchini o dei valletti (valet de chambre).

I due uomini vestiti di bianco sulla sinistra, invece, possono essere tranquillamente associati alla brigata di cucina:

il n. 3, seduto, con ogni probabilità è lo chef de cuisine, mentre il n. 2, che sta in piedi, potrebbe essere l’aiuto cuoco. Certamente la brigata di cucina comprendeva anche personale femminile: forse si tratta delle figure n. 20 e n. 23, entrambe in piedi, che indossano abiti neri e una cuffietta e un grembiule bianchi. Infatti, il grembiule è l’unico elemento dell’uniforme del personale di cucina di cui si ha certezza, mentre non è dato sapere se la divisa comprendesse anche un copricapo ovvero una cuffietta.  

Le Petit Journal del 23 maggio 1897, Collezione Touriseum.

 

Ecco un’immagine tratta da un giornale francese che ritrae uno chef (chef de cuisine, terzo da sinistra), un aiuto cuoco (aide cuisinier, primo da sinistra), un facchino (valet de chambre, quinto da sinistra), un cameriere (quarto da sinistra) e un maitre d’hotel (sesto da sinistra) con le rispettive uniformi.

Le due donne sedute, la n. 22 e la n. 24, indossano la tipica uniforme delle inservienti: un grembiule con la pettorina e una cuffietta; forse si tratta delle cameriere ai piani.

 

Tenuta da lavoro per cameriere, Manuale dell’Industria alberghiera, 1923.

 

Tra le altre otto donne (la n. 10, la n. 11, la n. 12, la n. 13, la n. 15, la n. 17, la n. 18 e la n. 19) potrebbero esservi la governante, la sovrintendente della biancheria, le lavandaie, le stiratrici e gli aiuti cucina, forse anche una cuoca per il personale, che preparava i pasti dei dipendenti.

Tra le donne al centro dell’immagine notiamo un giovanotto contrassegnato dal n. 14 che porta giacca da abito e cravatta. Forse si tratta del segretario o del contabile.

Sul lato sinistro sono disposti i camerieri: il n. 8, seduto, ha l’aria del capocameriere, il n. 4 potrebbe essere l’apprendista cameriere e i numeri dal 5 al 9 gli addetti al servizio in sala.

 

Depliant del Hotel Regina di Bad Kissingen.

 

Come detto Josef Haberzettl vendette l’Hotel Regina nel febbraio del 1925, dopodiché l’albergo fu trasformato in una casa di cura per le casse mutue. Haberzettl e la moglie, tuttavia, rimasero a Bad Kissingen.

Il figlio Viktor, che nel 1920 risultava studiare filosofia, nel 1921 si trasferì a Karlsbad. Di professione, Viktor era „funzionario“.

Fritz morì soldato nella Prima guerra mondiale. Rosa si trasferì a Berlino nel 1918, Margarete lasciò Bad Kissingen per Magdeburgo nel 1919.

Josef Haberzettl morì a Bad Kissingen nel 1937. Cinque anni dopo, nel 1942, morì anche la consorte Luise Lössl.

 

Karin Maringgele

Josef Haberzettl – da chef ad albergatore (parte 3a)

 

 

 

Teplice (1895 – 1899)

Nel 1895, Josef Haberzettl, che ormai ha 39 anni, annuncia sul giornale Teplitz-Schönauer Anzeiger (edizione del 5 ottobre)  di aver preso in gestione l’elegante fürstlich Clary’sches Schlossgarten-Restaurant a Teplice, nell’odierna Repubblica Ceca.

 

Anzeige im Teplitz-Schönauer Anzeiger vom 10. Oktober 1895

 

Nel motivare la decisione di accordargli la relativa concessione, l’amministrazione della cittadina fa riferimento alla “serie di eccellenti referenze” che attestano come lo chef abbia raggiunto “un livello di eccellenza prestando la sua opera in ottimi alberghi in Austria e all’estero”.

Nei „locali appena ristrutturati“, Haberzettl serviva „piatti prelibati della cucina francese, tedesca e viennese“ e “vini Bordeaux, Borgogna, del Reno e della Mosella sopraffini”, oltre a diverse birre quali Pilsner, Münchner Löwenbräu e Turner Bier.

Con ogni probabilità, il ristorante rimaneva aperto da maggio a settembre e intratteneva gli ospiti termali con concerti all’ora di pranzo e grandi concerti serali accompagnati da spettacoli pirotecnici.

 

Inserat von Josef Haberzettl im Teplitz-Schönauer Anzeiger vom 22. Mai 1897, Österreichische Nationalbibliothek.

 

Ad ottobre, invece, il programma prevedeva „corsi di ballo e galateo“ nella fürstlich Clary’schen Gartensaal, mentre nei mesi invernali Haberzettl metteva a disposizione il suo locale per pranzi di nozze, cerimonie varie, cene eleganti e balli e offriva i suoi servigi come fornitore di interi buffet o singoli piatti freddi. Oggi si direbbe che la sua attività consisteva nel noleggio di sale per eventi e servizio catering.

La tappa successiva della sua carriera si preannunciò con questa inserzione:

“Causa trasferimento all’estero e onde evitare esborsi per trasporto e dazi, vendesi enoteca di famosi vini Bordeaux, Borgogna, del Reno e della Mosella accuratamente selezionati (…)“. Josef Haberzettl mise anche in vendita pentole in rame e acciaio, arredi da cucina, piatti da portata, contenitori in legno, tavoli da lavoro, un canapé, un passeggino per bambini biposto, lettini, intelaiature, armadi per le provviste, un grande frigorifero ecc.

Dismettere casa era un’impresa. Nel frattempo, infatti, la famiglia era cresciuta. Dopo Viktor e Rosa, la coppia aveva avuto altri due figli: Fritz, nato nel novembre del 1895, e Margarete, nata nel luglio del 1899.

 

 

Lido di Kolobrzeg (1899 – 1913)

Haberzettl si trasferì all’Hotel Strandschloss, a Kołobrzeg, sul Mar Baltico, nell’odierna Polonia, una località termale con stabilimenti per le fangoterapie e i bagni di acqua salina. 

 

Hotel Strandschloss, Kolberg, Digitale Bibliothek Mecklenburg-Vorpommern https://digitale-bibliothek-mv.de/viewer/image/PPN1668791587_1912/44/

 

“Strandschloss” era il nome del casinò, collegato all’albergo. La struttura sorgeva sulla spiaggia e nel 1899 era stata riedificata nello stile del Rinascimento tedesco con le caratteristiche torrette e i bovindi, su progetto degli architetti viennesi Höniger & Sedelmeier (vedi la Deutsche Bauzeitung numero 5 del 2 maggio 1900).

Al casinò vi erano un auditorium per concerti, una sala da pranzo e vari refettori, mentre l’albergo ospitava una sala da gioco, da lettura e da musica al pianoterra e 54 camere (secondo altre fonti, più tarde, le camere erano 60). Le sale della table d’hôte si trovavano al primo piano, sopra la sala da pranzo del casinò.

In una recensione dell’albergo risalente al 1909 si afferma: „Il proprietario di questa elegante struttura, il signor Haberzettl, è austriaco e in quanto tale rende onore, oltre che a quella tedesca e francese, anche alla cucina viennese.”  (Deutsch-Englischer-Reise-Courier del 1 maggio 1909). L’albergo era attrezzato con ascensore e wc con sciacquone e disponeva di un’autorimessa per 5 vetture.

 

Dalla rivista “Deutsch-Englischer-Reise-Courier” 1909, Österreichische Nationalbibliothek.

 

(continua)

Karin Maringgele

Josef Haberzettl – Da chef ad albergatore (Parte 2)

 

 

Vita di famiglia tra Merano e Karlsbad

 

 

Nell’ottobre del 1887 Josef Haberzettl torna a lavorare all’Habsburgerhof di Merano. Questa volta è iscritto al registro delle presenze con la qualifica di chef. Accanto al suo nome troviamo  l’annotazione “e signora.

Registro delle presenze del 1887, Archivio storico di Merano.

 

Originaria di Ortenburg, in Bassa Baviera, la moglie Luise Lössl lo ha accompagnato a Merano. Tra Luise e il marito c’è una differenza di età di 12 anni.  Al suo arrivo a Merano, la moglie di Haberzettl ha 18 anni.  

Nell’estate successiva, i coniugi Haberzettl con ogni probabilità tornano a Karlsbad. Si ritiene che lo chef abbia trovato lavoro proprio in quella cittadina oppure in un altro luogo di cura della Boemia, la cui stagione termale, da maggio a ottobre, si incastra perfettamente con le date della stagione turistica meranese.

 

Karlsbad, Collezione Touriseum.

 

Ed è a Karlsbad che Luisa dà alla luce i primi due figli, Viktor e Rosa. Ciò indica che gli Haberzettl vivono stabilmente nella località termale. Viktor nasce nell’ottobre del 1888, Rosa nell’ottobre del 1894.

Karlsbad, con ogni probabilità, è anche il domicilio dei genitori di Josef Haberzettl, Johann ed Elisabet. Risulta, infatti, che entrambi sono morti a Karlsbad.  

Vorrei ringraziare di cuore la ripartizione Archivio, cultura e istruzione del Comune di Bad Kissingen per le informazioni fornite.

Johann Haberzettl, il padre di Josef, faceva il ristoratore. Forse è proprio lui quello Johann Haberzettl che nel 1879, con un annuncio pubblicato sul quotidiano austriaco “Neuigkeits-Welt-Blatt”, si mette alla ricerca di un locatario o un acquirente per il suo ristorante “zur goldenen Krone” di Theusing, nell’odierna Repubblica Ceca.  È probabile che Johann Haberzettl in quel momento si sia già stabilito a Karlsbad. Infatti, l’annuncio si chiude con l’invito a rivolgersi al „proprietario Johann Haberzettl, Birreria Gattis, Karlsbad, Boemia” per maggiori informazioni.

Annuncio nel (Neuigkeits) Welt-Blatt del 3 settembre 1879, Österreichische Nationalbibliothek.

 

Johann ed Elisabeth Haberzettl figurano nell’indirizzario di Karlsbad del 1888 come proprietari dell’immobile “Sul Reno” (“Am Rhein”), al civico 120 di Andreasgasse. Nell’indirizzario, gli edifici sono elencati in base alle insegne o targhe ad essi apposte. Johann Haberzettl è inserito come ristoratore, ma purtroppo non è possibile verificare se la casa „Sul Reno“ fosse un ristorante o meno.

Nell’autunno del 1890, Josef Haberzettl si fa accompagnare a Merano dal fratello minore Friedrich.

Friedrich Haberzettl, chiamato Fritz, trova lavoro come secondo cuoco all’Habsburgerhof. Si fermerà a lungo a Merano, diventando chef all’Hotel Tirolerhof e partecipando, nel 1897, alla costituzione della sezione meranese del Genfer Verband (Ginevrina) nonché, nel 1899, alla fondazione del Club dei cuochi meranesi.

Hotel Tirolerhof della famiglia Auffingen, Collezione del Touriseum.

 

Circa un anno dopo – corre il 1891 – Josef Haberzettl si fa raggiungere a Merano dalla moglie e dal figlio di tre anni. Il registro delle presenze riporta i soliti dati di Josef accompagnati dalla dicitura “con moglie e figlio”.

Registro delle presenze del 1891, Archivio storico di Merano.

 

Non è dato sapere se la famgliola alloggia all’Habsburgerhof o se si stabilisce in una dimora privata.

L’ultima stagione di Josef Haberzettl all’Habsburgerhof è la stagione invernale del 1892.

Nelle cucine del prestigioso albergo gli succedono nel ruolo di chef, nel 1893, Alois Lang, boemo di lingua tedesca e originario di Tepel presso Marienbad, e, nel settembre del 1895, Fritz Unterer di Karlsbad.

Le notizie circa il prosieguo del soggiorno meranese di Josef Haberzettl sono scarse. Nell’indirizzario di Merano del 1894, Haberzettl figura come residente al civico 1 della Piazza Rena. Forse – non possiamo saperlo con certezza –  lavora come chef all’Hotel Erzherzog Johann durante la stagione 1893/94.

È assodato, invece, che nell’autunno del 1895 Josef Haberzettl elegge a suo domicilio principale la stazione termale di Teplice, in Boemia.

 

(segue)

 

Karin Maringgele

Josef Haberzettl – Da chef ad albergatore (Parte 1)

 

 

Merano – Carlsbad (Karlovy Vary) – Teplice – Kolberg (Kolobrzeg) – Bad Kissingen

 

Oggi vorrei raccontarvi di Josef Haberzettl.

Nato nel 1857 nella città di Theusing, vicino a Karlsbad, in Boemia, nell’attuale Repubblica ceca, Josef Haberzettl lavorò alla fine del XIX secolo come chef all’ Hotel Habsburgerhof di Merano.

 

Purtroppo, di Josef Haberzettl non ci sono rimaste né fotografie né documenti personali come contratti o attestati di lavoro. Ma ha lasciato alcune tracce nelle fonti ufficiali, ad esempio nei registri anagrafici di Merano e Bad Kissingen, e nei quotidiani dell’epoca, soprattutto nelle inserzioni pubblicitarie.

 

Merano (1886 – 1893)

 

Un’importante fonte di informazioni sull’attività, l’origine e le date di nascita di persone che lavoravano a Merano ma che non erano nate in riva al Passirio è l’Archivio storico di Merano.

Qui sono custoditi i registri delle presenze della città di Merano per gli anni 1882 – 1889, dove si annotavano gli arrivi di chi veniva a lavorare in città. Nei registri figurano i nomi di inservienti, garzoni, operai e apprendisti e dei relativi datori di lavoro, così come le qualifiche, l’età o l’anno di nascita, il luogo di nascita e le date di arrivo e di partenza dalla città.

Nei registri venivano anche annotati i nomi dei dipendenti dei vari alberghi meranesi. Questi elenchi rappresentano una vera e propria miniera per chi studia le caratteristiche anagrafiche e la provenienza della forza lavoro di quegli anni nel settore dell’ospitalità. Purtroppo, nei registri figurano solo gli alberghi entro il territorio comunale della Merano di allora. In altre parole, in essi non troviamo traccia dell’organico del Grand Hotel Meranerhof, che all’epoca era sito nel comune di Maia Bassa.

Registro delle presenze del 1886, Archivio storico di Merano.

 

Sfogliando i registri, la prima menzione di Josef Haberzettl si trova nel 1886.

L’allora ventinovenne fu registrato il 28 ottobre 1886 come chef all’Hotel Habsburgerhof di Merano, dove rimase in servizio fino al 28 maggio 1887.

Lo Habsburgerhof in quel periodo era gestito da August Bracher, che aveva già fatto fortuna come titolare  dell’Hotel Bellevue di Gmunden. Un ritratto molto interessante di questo albergatore si trova nel libro di Hans H. Reimer “Es waren Fremde. 100 “luttrische” Pioniere des Weltkurorts Meran im 19. und 20. Jahrhundert”.

https://www.studienverlag.at/buecher/5946/es-waren-fremde/

 

Hotel Habsburgerhof a Merano, Collezione del Touriseum.

 

I registri di Merano ci rivelano che Josef Haberzettl lavorò come capo cuoco presso l’Hotel Habsburgerhof di Merano per sei stagioni, dal 1886 al 1893.

Nella stazione climatica, la stagione principale iniziava a settembre/ottobre e si protraeva fino a maggio/giugno. In estate Merano era con ogni probabilità pressoché deserta.

 

Estate a Merano

 

Carel von Nievelt, un viaggiatore olandese, descrisse l’estate nella città di Merano come segue:

„Sono gli ultimi giorni di giugno – Merano dorme il suo sonno estivo. Le centinaia di alberghi e pensioni, magioni e castelli, in autunno e inverno e primavera adibiti ad alloggi per ospiti sani e malati di ogni sorta di classe e Paese, ora sono vuoti e hanno serrato le loro finestre, come occhi che si chiudono per la luce troppo intensa, con tende e imposte. Maia Alta sembra disabitata. Vuote le panchine del Kurgarten, dove poco fa erano tanti gli asmatici che si fermavano per inspirare i profumi di aprile. (…) nel Kurhaus basta un solo cameriere per servire i due o tre ospiti fuori stagione.“

(Carel van Nievelt, Jérome Alexander Sillem, Nella terra delle Dolomiti. Due olandesi tra i monti di corallo 1884-1887. A cura di Maurizio Casagranda Bepi Pellegrinon, 2019 Nuovi Sentieri Editore, Falcade BL)

 

In primavera, non appena la stagione si concludeva, iniziava un vero e proprio esodo da Merano. I dipendenti degli alberghi e e gli albergatori partivano per i luoghi di villeggiatura o di cura estivi – ma non per trascorrervi le ferie: per loro iniziava un altro periodo di lavoro.

La vita lavorativa nel settore turistico, infatti, era caratterizzata da spostamenti continui scanditi dalle stagioni. Gli impieghi con contratto annuale erano rari. La maggior parte delle pensioni aveva una sede per la stagione invernale e una dependance per i mesi estivi. Si lavorava “da settembre a maggio a Merano, e d’estate in montagna”, come recita il titolo di un annuncio di lavoro pubblicato sulla Meraner Zeitung del 1913.

 

 

 

 

 

 

Erano numerosi i proprietari di hotel e pensioni meranesi che disponevano di una dependance in una località di montagna, ad esempio a Tires, Siusi allo Sciliar, Solda, Carezza, ad Ammerwald/Reutte, Igls, sulla Mendola o a San Martino di Castrozza.

 

Annuncio di Gottfried Bunte sull’Indicatore di Merano del 1904.

 

(continua)

Karin Maringgele