Archivi categoria: Storie di valigie

La mia valigia – Ricordi di una bimba felice

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di Ilia Adriana Gianella

Ma dove abbiamo messo la valigia lo scorso anno? Forza bambini, cerchiamola tutti insieme!

Queste le parole che ogni anno il mio caro papà ci diceva, quando, a inizio settembre era ora di fare i preparativi per la nostra vacanza presso i nonni in un paesino nella provincia di Rovigo.

La gioia di preparare le nostre piccole cose e il desiderio del viaggio ci rendeva euforici, e così la nostra vacanza iniziava già qualche giorno prima.

Ecco, arrivava il giorno della partenza, vestitini puliti, lavati e pettinati e pronti per la nostra grande avventura, perché era proprio così che la sentivamo e il nostro cuore cantava.

Naturalmente in quel periodo quasi tutti viaggiavano in treno e noi non eravamo da meno.

Pertanto autobus fino alla stazione, treno fino a Verona, poi cambio e altro treno fino a Rovigo e per finire autobus per arrivare nel piccolo paese dei nonni.

Ma tutto questo era accettato e goduto fino in fondo grazie alla nostra infantile incoscienza, forse un po’ meno dai nostri genitori (cosa ne dite?).

La cosa più bella però era poter mangiare, sul piccolo tavolino del treno, i panini col salame, che mamma aveva preparato prima di partire, e l’aranciata. Per noi erano una delizia ed era come andare a fare un picnic (allora non erano molto frequenti….)

L’arrivo presso la casa dei nonni per noi bambini era sempre una grande gioia, perché finalmente ci sentivamo liberi di correre nei campi, di mangiare l’uva già matura direttamente dalla vigna, di tuffarci nel letto di foglie di mais che il nonno raccoglieva in un angolo del campo.

Inoltre il poter vedere gli animali – galline, tacchini, oche e qualche volta anche maialini – per noi era tutta un’avventura! Seguire la nonna che andava ogni giorno nel pollaio a raccogliere le uova e giocare con i cuginetti visti l’anno prima era sempre bellissimo.

Tuttavia questi giorni, che per noi parevano infiniti e luminosi, purtroppo, passavano in fretta e il ritorno a casa aveva un sapore alquanto malinconico. Ma fortunatamente la nostra valigia era sempre piena di cose buone in grado di tirarci su il morale, come la focaccia della nonna, le uova fresche e tanto altro.

Se ripenso oggi a quei profumi e a quei sapori, sembra che non sia passato un solo giorno, da quei viaggi.

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Una valigia triste

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di Laura Lodi

Il mio bagaglio oggi è un trolley, ma nel luglio del 1969, quando l’uomo andò sulla luna, era un baule e una valigia di cartone.

La nave Galileo Galilei salpava il 19 luglio da Sydney per arrivare a Genova il 23 Agosto. Avevo vent’anni e viaggiavo da sola.

Da allora, un susseguirsi di borse, borsoni, sacche, valige su… bus, treni, auto, barche, aerei. Ricordo un borsone acquistato alla Rinascente di Torino, dove vivevo, coloratissimo, made in India, di cotone imbottito, enorme e scomodissimo ma io, ostinata, continuavo ad usarlo perché ne adoravo i colori.  Lo usavo soprattutto per i viaggi in macchina, quando si andava in campeggio in Francia. Eravamo in tre: io, Lui e nostro figlio.

Per la gioia di mio marito, i manici decisero la sua fine.

Prima dei miei trent’anni feci una vacanza in barca a vela. Erano solo borse anonime, da palestra, quelle che usavo: da Porto San Maurizio in provincia di Imperia alle isole Porquerolles in diverse tappe, eravamo due coppie e una ragazzina con il suo babbo.

All’isola di Ponza, invece, (era la prima volta che facevo campeggio) dovevo raggiungere gli altri e da Anzio, sopra un aliscafo, viaggiavo con una valigiona azzurra dove avevo riposto anche le lenzuola da usare sopra il doppio materassino gonfiabile. Si faceva campeggio libero, la tenda a casetta era ampia e la valigiona ci stava.

Tutti a ridere naturalmente. Gli altri avevano sacchi a pelo e zaini.  Ricordo che ci stavo proprio bene fra le mie lenzuola.  Si affittava un barcone durante il giorno per approdare nelle diverse cale e spiaggette e verso le 17.30 si andava tutti da Mamma Ortensia per la consueta cena anticipata.
L’appetito e il buon vino ci riempivano di gioia e mentre Mamma Ortensia serviva la cena agli affittuari della sua pensione, noi ci accomodavamo sul terrazzo contemplando un indimenticabile tramonto. Eravamo in 14. Quando penso alla valigia azzurra tutti quei ricordi si concentrano in un sorriso gioioso.

In Australia ci sono tornata più volte, in aereo naturalmente.  Uno di questi viaggi è stato un trasferimento durato nove anni. Due miei fratelli e due nipotine vivono lì.
Durante la mia permanenza a Wollongong acquistai due valige di diverse misure da David Jones: la loro peculiarità era che avevano la scritta “Australia”.
Oggi non le ho più, ma una delle due è tornata a casa, si fa per dire, perché l’ho data a una coppia di miei amici che erano venuti a trovarmi a Bolzano, dove vivo ora.   Qualche anno fa ho acquistato un trolley nel negozio della Mandarina Duck a Bolzano.   E’ il trolley che ho ancora adesso e che ho usato negli ultimi anni. Mi ha accompagnata a Praga con il Flix bus, ad Assisi, a Gubbio, a Urbino, a La Verna con l’auto.  In treno l’ho portata con me per andare a Ferrara, Torino, Andora.  Era con me sull’aereo per Catania…e anche per l’ultimo viaggio in Australia, avvenuto  quattro anni fa.

Oggi il mio trolley è un po’ perso e spaesato, non riesco a fargli capire che tutto il mondo è bloccato e che dobbiamo avere pazienza. Spero tanto che la tristezza che mi trasmette il mio Trolley svanisca e possa riprendere ad accompagnarmi nei prossimi viaggi e che possa rifiorire come le rose…fingers crossed.

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Fare la valigia… prima di Internet e prima dell’Unione Europea

di Alberto Stenico

Ogni partenza è sempre un misto di gioia, ma anche di timori. Dentro di te c’è una forza che ti sospinge a voler scoprire il nuovo e a staccarti dalla realtà quotidiana, dall’altra un sottile filo di paura per l’ignoto e l’imprevisto.  Facendo la mia valigia io sono sempre stato preso intensamente questi due sentimenti e li ho trasformati in oggetti-simbolo di sicurezza da riporre con una certa logica nella valigia.

Prima di tutto, lo strumento per potermi orientare nel luogo di destinazione: la guida di viaggio e naturalmente quelle del Touring Club Italiano. Rosse o verdi, ben rilegate in cartone plastificato, fettucce di seta come segnalibri, come il breviario dei preti. Dettagliate nelle descrizioni, ma concentrate sul patrimonio del passato e poco o nulla sulla realtà contemporanea dei luoghi. La guida era stata sfogliata molte volte prima di decidere la partenza per il nuovo viaggio e prendeva il suo bel posto in valigia.

La curiosità ed il timore convivevano anche sul tema delle lingue straniere: capirò cosa c’è scritto e cosa mi dicono, saprò interloquire? Ecco quindi per i viaggi all’estero, i mini vocabolari dall’Italiano, al……..e viceversa, da portare con sé, anche se venivano poi scarsamente utilizzati in quanto non adatti a conversazioni rapide, ma anche perché non c’è quasi nessun posto al mondo dove non si trovi qualche italiano emigrato o discendente da famiglia italiana che per caso fa il cameriere o lavora in un hotel.

Sì, bello partire, ma se mi ammalo? Ah ecco che in valigia non può mancare, oltre la borsetta dei medicinali di emergenza, anche la dichiarazione della Cassa Malati, con la reciprocità nei casi di assistenza con il Paese visitato.

Viaggiando in macchina è obbligatorio ovviamente il “Foglio Verde” che estende l’assicurazione italiana anche all’estero. Senza di questo a Brennero ti fermano e torni a casa.

Passaporti e visti ben conservati perché di importanza vitale per ogni viaggiatore. La carta di identità non è sufficiente. E coi soldi come facciamo? Le carte di credito sono ancora poco diffuse e non vengono accettate dovunque; sono ancora un oggetto un po’ esotico. Quindi denaro contante distribuito sapientemente tra gli effetti personali in valigia e portato sul corpo nelle forme nei modi che ognuno può sbizzarrirsi ad immaginare.

Si, ma quale tipo di valuta? Meglio Dollari? Meglio Marchi? Ma se passiamo per l’Austria non è meglio avere anche un po’ di Scellini? Risultato di ogni ritorno dal viaggio sono quantità straordinarie di monetine, inservibili, ma conservate in casa come testimoni tintinnati di lungo viaggio fatto.

Oddio, e per telefonare? Non dimenticare a casa l’agendina con tutti i numeri telefonici importanti, prefissi locali ed internazionali e poi soprattutto, come si telefona dall’estero? I gettoni, le monete, i pulsanti da premere. Quante monete sprecate per la nostra imperizia di neofiti del nuovo Paese visitato! Non dimentichiamo, mi raccomando il Walkman con un po’ di cassette con le musiche preferite e la macchina fotografica con un po’ di rullini e la sveglia da viaggio.

Davanti alla valigia aperta sul letto, la domanda finale è poi sempre quella: farà caldo, farà freddo, pioverà dobbiamo anche avere qualcosa di elegante perché…non si sa mai!

Ecco la valigia è ormai quasi piena di oggetti utili, ma collocati nell’era dell’archeologia del Turismo.

Molte delle funzioni di quegli oggetti sono rese inutili dalla unificazione europea, la moneta unica e dal conseguente superamento di molti confini, ma soprattutto stanno ora incredibilmente dentro il nostro Smartphone. Li dentro c’è il denaro, la guida, l’elenco telefonico, le previsioni del tempo, la macchina fotografica, la sveglia, la musica. Tutto nel telefonino, ma adesso sì deve dire: in viaggio, chi dimentica o smarrisce il telefonino è perduto!

Gioie e dolori del progresso tecnologico!

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UNA VALIGIA PER AMORE

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di Celestina Avanzini

Ero delusa: nonostante mi trovassi in una posizione di prestigio, nella parte centrale della vetrina, il negozio di borse e valigie si era trasferito in periferia. Di fianco c’era un bar malfamato, con avventori che “battevano il fante”, tra un bicchiere di rosso e l’altro e un via vai di personaggi che scendevano da macchine di lusso per concludere qualche losco affare. Di fronte, frequentata da mamme con bambini, stavano una gelateria e di lato un cartolaio fornito per la scuola elementare.

Non ero una valigia di gran lusso, ma di tendenza: misuravo 65 x 45 x 20, di tessuto leggero, impermeabile e cangiante, di un grigio luminoso con cerniere e rifiniture di color azzurro smeraldino. Pensavo: “Sono un Trolley di marca e mi si può trasportare anche orizzontalmente, con una comoda maniglia imbottita. Chi mi avrebbe mai scelta?”

Passava di lì, con una bambina per mano, una giovane signora dai capelli ramati e grandi occhi azzurri. Mi sentivo osservata, la signora si era fermata pensierosa a guardarmi. Avrei tanto desiderato che mi scegliesse, poiché il mio sogno era quello di viaggiare.

“Forse sono troppo ingombrante, o forse no” mi dicevo, ma non avrei mai voluto accompagnare una volta l’anno una chiassosa famiglia al mare, per poi passare i restanti mesi in cantina.

Un pomeriggio d’inizio marzo la signora entrò e, puntando gli occhi su di me, chiese il prezzo. Me ne andai con lei, non per i viaggi che sognavo , ma per vivere fra Bolzano e Firenze.

La signora si preparava con cura per andare a Firenze, indossava una giacca inglese del colore delle mie rifiniture, golfini, camicette e gonne dal celeste al blu. Mi riempiva di vestiti orientali, scialli e biancherie intime fantasiose. Infilava libri, album da disegno, colori, scarpe e cappelli.

La mia bella signora era innamorata di un fiorentino, che la sapeva sedurre, portandola nelle mesticherie, dove si potevano odorare i legni, comprare le polveri per creare il colore ad olio e carta fatta a mano.
In un letto di una stanza tappezzata da aironi o sui tavoli della mensa della facoltà di scienze politiche, consumavano la passione che li aveva travolti.

Un giorno d’agosto, mese tragico per quell’amore che si stava lacerando, salimmo a Bolzano in una carrozza di prima classe, dietro la motrice. A Verona il treno solitamente sostava circa mezz’ora, quindi ripartiva invertendo la direzione di marcia.

Tutto sembrava si svolgesse regolarmente, ma destatasi dal torpore estivo, la signora si accorse che il paesaggio intravisto dal finestrino non era quello conosciuto. Allarmata cercò il capotreno e seppe che il vagone di prima classe era stato attaccato al locomotore per Trieste e che per raggiungere Firenze avrebbe dovuto cambiare a Padova, prendere una linea secondaria per Rovigo, Ferrara, Bologna e da lì salire su un treno per Firenze.

Eravamo da sole nello scompartimento , io sul portabagagli e lei seduta di fronte. Nei pressi di Ferrara, immaginate il panico, entrò di scatto un giovanotto a dorso nudo che impugnava un grande coltello da macellaio, si sedette sotto di me, spaventando la signora… si alzò, mi afferrò, mi aprì e incominciò ad estrarre alla rinfusa il contenuto… abbassò il finestrino, quel tanto che io potessi passare e iniziò una sorta di monologo minaccioso con la mia padrona… prendeva un indumento, lo sporgeva di fuori e fingeva di lasciarlo cadere…

Mentre la signora lo pregava, con fare gentile, di non privarla dei vestiti, il gioco crudele proseguiva, il ragazzo mi aveva svuotata e faceva il gesto di buttare fuori anche me.

Rapidissima la mia padrona sgusciò fuori dallo scompartimento e mi lasciò sola. Furono 10 minuti di terrore per una valigia che aveva sognato piacevoli viaggi esotici. Non so quanto tempo fosse trascorso, lui si era calmato, finché entrarono il capotreno e la signora nascosta dietro. Il ragazzo uscì con il ferroviere come se fosse abituato a questa sceneggiata.

Sono trascorsi 40 anni da allora e la signora dai capelli argento, nonostante mi tenga per molto tempo in cantina, mi vuole bene e forse la accompagnerò ancora in qualche viaggio, pur senza amore, a Firenze.

 

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Il sacco valigia militare negli anni 70

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di Federico Tibaldo

Devo fare uno sforzo di memoria, perché i fatti si svolgono nell’estate del 1973, durante il mio periodo di servizio militare nella fanteria di montagna, meglio nota come “alpini”.

Ogni alpino riceveva al suo arrivo una dotazione: le divise e gli indumenti per adattarle alle diverse stagioni, ben quattro tipi di scarpe, una gavetta e una borraccia. La nostra dotazione però comprendeva anche il necessario per contenere tutto questo e altro: un grande valigione floscio con maniglione centrale, definito “sacco valigia”, uno zaino tipicamente alpino e uno zainetto tattico di piccole dimensioni. Oltre a questo corredo era consentita una borsa “borghese”, da usare durante le licenze.

Di solito, si cercava di dare una certa rigidità al “valigione floscio”, inserendo all’interno un telaietto metallico, costituito da 12 tondini che andavano collegati tra di loro con degli angoli di plastica rigida, al fine di conferire al “valigione floscio” la forma di un parallelepipedo. Il telaietto era disponibile nello spaccio militare della caserma a prezzo modico, ma non troppo.

Queste “valigie” andavano un utilizzate secondo il regolamento militare, a seconda dell’evento previsto. Quindi se si trattava dell’esercitazione di un giorno, veniva utilizzato lo zainetto tattico, dove andavano inserite sempre borraccia e gavetta. Se si trattava del “campo estivo o invernale”, una o due settimane di marcia e scalate su sentieri di alta montagna, si doveva utilizzare lo zaino alpino. Invece nei trasferimenti, come ad esempio il cambio di caserma o di distretto militare, si doveva utilizzare il corredo completo, che vale la pena di descrivere.

L’alpino che veniva trasferito di sede, caricava sulle spalle lo zaino alpino, portava su una mano il sacco valigia e sull’altra mano la borsa “borghese”, mentre lo zainetto tattico veniva riposto all’interno del valigione insieme alle cose più voluminose, quali le calzature e le divise non utilizzata (a seconda che il trasferimento avvenisse in primavera/estate o autunno/inverno).

Il mio primo trasferimento degno di nota è stato quello dalla caserma C. Battisti di Cuneo alla Caserma Reatto di Bressanone, che da anni non esiste più. Pertanto, con tutto il bagaglio appresso, viaggiai prima sul cassone di un autocarro CM, poi con tradotta militare sulle famose carrozze “Centoporte”, munite di confortevoli sedili di legno trainate da uno già storico locomotore trifase E.432 con movimento a bielle.

Durata del viaggio da Cuneo a Torino: 4 ore su tratta di 98 km, con velocità media di poco inferiore ai 25 km/h, che comunque ci consentì di ammirare il panorama dettagliatamente. Fortunatamente a Torino salimmo su un treno di epoca più recente, sempre con bagaglio appresso. Comunque dopo 14 ore complessive di viaggio, arrivammo alla caserma E. Reatto di Bressanone; dove, in tutta sincerità, l’accoglienza non fu idilliaca, ma comunque in “linea” con la tradizione militari dell’epoca.

Ma torniamo per un attimo all’elemento che dà il titolo a questo racconto, ovvero l’ormai famoso sacco valigia.

La capienza generosa del nostro valigione, mi consentì di stivarci un bel po’ di cose: visto che eravamo in piena estate, la divisa invernale, cappottone compreso, gli scarponi alpini, gli scarponcelli, le scarpe ginniche, lo zainetto tattico e non ricordo nemmeno cos’ altro.

Comunque tra lo zaino sulle spalle, la borsa personale in una mano e il valigione nell’altra, posso garantire che, l’insieme descritto, determinava un bel esercizio fisico, ma eravamo giovani e forti……

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

La mia valigia bordeaux

di Rosina Darù

valigia_bordeauxLa mia valigia, rossa bordeaux, come tante altre valigie, svela ricordi lontani, fantasie, sogni, emozioni e soprattutto riflessioni a distanza di tempo. Erano gli anni 80 e mi venne l’idea di partire con una cara amica romana (che ora purtroppo non c’è più) per un´avventura, un viaggio a Parigi, la città dell’arte per eccellenza. Quando l’idea iniziò a concretizzarsi, ci vollero pochi giorni per decidere insieme i tempi, le modalità del viaggio e come riempire velocemente la mia valigia. Per me era la prima volta …un viaggio importante… lei aveva invece già visitato diversi paesi lontani. Parigi è ormai distante dalla mia memoria, ma è rimasta nel mio cuore e penso che abbia giocato un ruolo positivo come esperienza di vita.

Un anno dopo era la volta di Vienna, stessa valigia bordeaux, stessa amica per… altra avventura, altro bel ricordo.

Poi però la valigia è stata sostituita dallo zaino, anche di colore rosso, per esplorare cime e creste montane prima considerate irraggiungibili. Quanta bellezza paradisiaca, in grado di farmi dimenticare la fatica del tragitto.

Ancora sento la morbidezza del plaid che mi calmava i brividi di quella fredda sera, nel rifugio Similaun, a 3000 m. All’indomani saremmo partiti per la vetta.
Eravamo in diversi amici lassù, un gruppo molto eterogeneo, ma ben affiatato.

Raggiunta la cima, il giorno dopo, provammo un´immensa felicità. Io e mio marito non dimenticheremo mai quella bellissima e straordinaria esperienza!!!

Ma ora torniamo di nuovo alla valigia (sì, proprio quella bordeaux!). Da “valigia del diletto” è diventata “valigia della scuola” o “valigia d´ordinanza”: avete presente quelle preparate sempre all’ultimo momento, la sera prima della partenza?

Le destinazioni, tutto sommato, sono sempre state invitanti: Roma, Sicilia, Toscana, Umbria, Spagna, Croazia…e anche Russia. Ma le gite con più scolaresche comportavano sempre un grosso impegno …prima, durante e dopo la gita stessa.

Rosina_DaruQuanta gioia, però, su quei freschi e giovani volti. Alla fine, se ci penso, era un´ottima occasione per avvicinare il mondo degli insegnanti a quello degli studenti, accorciare le distanze con una, per così dire, complicità del momento.

La mia cara vecchia accompagnatrice bordeaux non ha cessato di accompagnarmi neppure ai frequenti appuntamenti con i miei genitori, nel mio paesello d´origine, dove ritrovavo anche la Natura, elemento che ha contribuito a far di me quel che sono.

Ora però quella valigia non è più con me. È passata ad una ragazza romena che ho adottato a distanza per diversi anni. Un giorno è venuta a trovarmi e ho ritenuto giusto che la mia valigia, piena zeppa di vestiti e di cose utili, partisse con lei. Chissà …forse un giorno anche quella ragazza potrà ricordare e scrivere la sua storia con protagonista la stessa intramontabile valigia bordeaux.

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PRIMA DI “UN PASSO DAL CIELO”

di Alda Picone

Nel 1970 Terrence Hill è probabile non sapesse neppure dell’esistenza del lago di Braies; allora, assieme a Bud Spencer, era impegnato in una serie di film, la maggior parte western, dove, ad ogni colpo di pistola che sparava cadevano morti o feriti in due. Io, invece, allora, ogni domenica da maggio a settembre, prima dell’alba ero già in viaggio con il mio ragazzo Luciano (direi fidanzato…) verso laghi e torrenti dove andare a pescare trote selvatiche e ruspanti.

picone_braiesLa meta più gettonata era Braies, sia lago che dintorni, non solo per la pescosità, ma soprattutto perché sia il lago che la valle offrono paesaggi, boschi, montagne da mozzafiato. Allora l’ora legale non c’era, non l’avevano ancora inventata, per cui per essere presto in pesca si doveva partire in piena notte. Si caricava la macchina, una Fiat 500 dell’amico Sergio, alle tre di notte e poi via verso la val Pusteria.

I bagagli consistevano in due zaini, di Sergio e di Luciano, le canne da pesca e la mia valigetta gialla, piccola ma sufficientemente capiente per contenere ciò che poteva servirmi sia che stessimo in giro un solo giorno o anche un intero weekend.

Ci mettevo dentro di tutto, ma soprattutto non potevano mancare caldi calzettoni di lana e maglione perché sono sempre stata freddolosa ed a Braies all’alba ed al tramonto le temperature non sono certo africane nemmeno ad agosto.

Durante il viaggio, mentre Sergio e Luciano davanti parlavano di pesci, fiumi, canne ed esche, io dormicchiavo rannicchiata in quel poco spazio che rimaneva dei posti posteriori del cinquino che dovevo dividere con gli zaini e la mia valigia gialla che era anche il mio cuscino….

Il viaggio durava quasi due ore……, salute del vecchio cinquino permettendo, ma non andava sempre liscia: una volta la marmitta si staccò, un’altra il carburatore non mandava più benzina e la macchina cominciò a singhiozzare, per fortuna Luciano se ne intendeva e questi problemi in qualche modo riusciva a risolverli.

Poi finalmente si arrivava: Braies all’alba è semplicemente da mozzafiato, è inutile perdere tempo in descrizioni perché non è possibile rendere l’idea. Bisogna andarci e vedere con i propri occhi, il luogo sembra magico… di una bellezza incredibile.

valigia_piconeVerso le dieci di mattina arrivavano i turisti e per noi trenta o quaranta persone intorno al lago sembravano eccessive; allora smettevamo di pescare i famelici salmerini alpini e scendevamo lungo il torrente, il verdeggiante rio Braies cercando di ingannare le trote fario dalla livrea bellissima ricca di macchiette nere e rosse sgargianti. Posti stupendi …il rio Stolla con le trote e i salmerini nascosti dietro i massi che rompevano la corrente della limpidissima acqua di ghiacciaio; poi le sorgenti Maite: tanti rivoli d’acqua purissima che sgorgavano dal terreno e creavano un percorso in mezzo ai larici ed agli abeti su sponde ricche di muschio fino a confluire nello Stolla.

Sono passati cinquant’anni, ma i bellissimi ricordi ci sono ancora: con Luciano, diventato mio marito, non abbiamo mai smesso di frequentare il lago e la sua stupenda valle, anche se dopo la fiction “Un passo dal cielo” il lago ha conosciuto un vero e proprio boom turistico e la pace che ricordavamo non esiste più.

La mia valigetta gialla…si c’è ancora e quando la vedo mi vengono in mente le giornate spensierate e felici trascorse in mezzo alla natura ed ai boschi allora incontaminati.

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Il mio baule-armadio

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di Giusy Salati Spalla

La storia di questo baule-armadio comincia quando avevo 12 anni ed è legata alle mie prime esperienze di viaggio, non di tipo turistico, ma per andare a vivere in localià non proprio vicine.

Il tutto si inserisce ovviamente nelle esigenze della mia famiglia. Mio padre, Ufficiale di Stato Maggiore, era stato da poco inviato in Canada per la frequenza della locale Scuola di Guerra e ci aveva preceduto nel trasferimento in tale Nazione.

All’epoca abitavamo a Milano e per la verità non era l’unica sede in cui ho abitato. Già da più piccola avevo dovuto affrontare i disagi, quelli che per me erano i più gravi, di dover cambiare ogni due o tre anni localtà e come ovvio perdere quelle iniziali, piccole relazioni “sociali” che incominciavo ad avere con i miei compagni di scuola. Ogni volta  mi facevano sentire sempre come …”l’ultima arrivata“. Questa volta però, alla ormai consolidata novità di cambiare casa e amicizie, si trattava di andare a vivere in un altro Continente.

I preparativi per la partenza furono impegnativi. Mio papà ci aveva fornito indicazioni complete su cosa portare, come vestirci in considerazione del freddo clima locale. Dovevamo anche limitare il numero di bagagli e alla mamma fu suggerito di comprare un baule-armadio che avrebbe potuto risolvere in parte i nostri problemi. Accompagnata da una sua cugina si recò in Galleria Vittorio Emanuele, in un negozio molto bello che si chiamava Franzi e comprò questo baule-armadio.Tutte la rifiniture erano in “cuoio Franzi”, e aprendo la parte superiore si vedeva il suo rivestimento in velluto cremisi. Era molto bello!

Nascono così i ricordi di questo baule-armadio nel quale furono sistemati  i nostri  vestiti, le scarpe e una buona parte di biancheria. E anche io trovai il modo di farci stare alcune cose personali, “i miei piccoli segreti“, che non volevo assolutamente lasciare in Italia. Il baule-armadio e le altre valigie ci seguirono in tutta questa nostra avventura.

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Sull’ Andrea Doria

Affrontammo il viaggio sulla nave Andrea Doria, a quei tempi un transatlantico famosissimo , che però ebbe una tragica fine.  Affondò purtroppo il 25 luglio del 1956.

Il viaggio iniziò da Genova. Ricordo benissimo quel giorno perchè era la vigilia del mio compleanno. Compivo 12 anni e quei ricordi mi sono rimasti impressi nella mente. Il viaggio durò 12 giorni, spesso con mare molto grosso,  forza 8 mi ricordo. Venivamo sballottati qua e là. Io ero molto timorosa perchè andavo verso l’incognito. Avevo lasciato tutti i miei amici, i miei professori, ecc. Piangevo di nascosto per non farmi vedere dalla mamma.

Arrivati nel nuovo Mondo dovemmo affrontare altre, nuove situazioni. Scendendo dalla nave pensavamo di vedere il papà aspettarci sulla banchina ma purtroppo non c’era. Per alcuni disguidi non era riuscito ad arrivare in tempo per accoglierci.

Il porto di New York era organizzato (credo soprattutto per gli emigranti) con dei settori individuati da lettere dell’alfabeto, quindi noi ci mettemmo nel settore “S” (il mio cognome è Spalla), e subito iniziarono i primi problemi per farci capire dal personale di servizio. Noi non conoscevamo l’inglese; io studiavo il francese e  anche mia madre a scuola aveva imparato il francese. Cercammo perciò di farci capire esprimendoci a gesti. Ho ancora molto chiaro questo viaggio avventuroso!

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Lasciando New York

Finalmente papà arrivò. Recuperati tutti i bagagli, compreso avviamente il caro baule-armadio con i miei piccoli segreti, papà ci fece fare un giro per New York prima di salire sul vagone letto che ci avrebbe portato a Kingston in Canada. Fui colpita, e ricordo come se fosse ieri, nel vedere gli addetti al treno, soprattutto  afro-americani, in divisa con il cappellino in testa, che per far salire sul treno mettevano una piccola scaletta di 3 gradini e si chinavano per ringraziare.  Tutte cose per me nuovissime.

All’arrivo, la mattina dopo, ci trovammo con un paesaggio tutto bianco. Durante la notte aveva nevicato moltissimo, e mia madre, sottovoce, mi diceva “ma dove ci ha portato, dove ci ha portato tuo padre!”, facendo però finta di niente.

Con un breve percorso in taxi arrivammo nella casa, tutta ammobiliata, che ci avrebbe ospitato per quasi un anno e, un po’ alla volta, svuotammo i nostri bagagli e tutto ciò che conteneva il baule-armadio.

Ma la storia del baule-armadio, con il piccolo scomparto dove avevo nascosto i miei più cari ricordi, non termina qui. Ha continuato a seguirci durante i successivi trasferimenti della mia famiglia, dovuti alle varie sedi di servizio di mio padre. Ricordo  qui soltanto gli ultimi all’estero, tralasciando quelli numerosi in giro per l’Italia. Il baule-armadio ci ha seguito a Parigi e, per ultimo, in India, a New Delhi ove vi si è fermato per 3 anni, prima di tornare definitivamente in Italia.

Poi io mi sono sposata e, pur continuando con numerosi traferimenti e traslochi in Italia e all’estero, il baule-armadio “ha preferìito ” non lasciare i miei genitori, ma io ho portato con me i preziosi ricordi del tempo trascorso insieme.

Ciao, amico carissimo della mia giovinezza!

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STORIE DELLA MIA VALIGIA

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di Elisa Feller

Mi aspettava ogni fine settimana e in ogni momento utile.

Solitamente mi accompagnava lungo il tragitto che durava tre ore, piene di attesa e desiderio, di pensieri beati, sapendo che, una volta raggiunta la mia meta, avrei vissuto in paradiso. Erano i giorni dell’amore.

Era sempre pronta e bastavano pochi oggetti, perché non servivano vestiti, non servivano accessori, non serviva nulla di più che l’attesa e il piacere del viaggio.

Era quindi leggera-leggera e si prestava a qualsiasi trasporto: preferivo il treno – tre ore di immersione nei miei sogni – oppure il più scomodo pullman. Talvolta usavo la macchina, un viaggio più rapido ma più rischioso. Ma con quella valigia avrei potuto affrontare qualsiasi pericolo, qualsiasi avversità, perché conteneva il mio cuore e il desiderio.

Ogni tanto c’erano mete diverse: le vacanze spensierate che facevano durare i sorrisi per tutto il giorno; gite in città d’arte dove si andava a caccia di curiosità e storia; escursioni in luoghi naturali, dove ci si lasciava andare alla bellezza e all’incanto. In quelle occasioni la mia valigia pesava un poco di più, perché al cuore, si accompagnavano le emozioni e i ricordi di attimi perfetti.

Ci sono stati anche viaggi più impegnativi, all’estero, in luoghi che evocavano la storia dell’uomo e della civiltà. Quante belle cose abbiamo visto: l’incredibile mondo ci offriva meraviglie che ci lasciavano a bocca aperta e ci facevano sentire piccoli di fronte allo splendore che esprimevano e ci facevano sentire fortunati per aver avuto l’occasione di assistervi. Allora la mia valigia si riempiva di curiosità e riconoscenza, che assieme al cuore, alle emozioni e ai ricordi portava con se pure intense esperienze e un pizzico di conoscenza in più, di consapevolezza.

Infine ho usato ancora quella valigia, ma era diventata improvvisamente pesante, difficile  da trascinare, ma indispensabile: conteneva sempre il mio cuore pulsante, il desiderio, i ricordi erano intatti, ma le emozioni si erano estese, sconfinando nel campo della preoccupazione, del dolore; la consapevolezza duramente mi metteva al corrente dell’abbandono ormai  imminente, le emozioni si erano tinte di scuro, piene di tristezza.

La mia valigia ad un tratto non serviva più: i viaggi, le gite, le vacanze…

Quei viaggi, quelle gite, quelle vacanze erano finite per sempre, perché chi mi accompagnava era partito per un viaggio più lungo, senza ritorno e dove le valigie di certo non servivano.

Io rimanevo ad un tratto senza mete, senza direzioni da prendere, senza progetti. Ma lì, davanti a me, dentro di me, c’era ancora la mia valigia. Mi sembrava inutile, superflua.

E invece conteneva i ricordi, diventati ancora più preziosi, e da questi venivano fuori sorrisi, ventate di felicità che la mia valigia aveva conservato intatte e che mi restituiva ora per farmi respirare. Veniva fuori ancora amore, perché non se n’era andato, aveva solo cambiato forma e le emozioni, velate da malinconia, riportavano alla riconoscenza e all’incanto di aver vissuto comunque e di aver avuto modo di viaggiare con la mia piccola valigia, perché piena solo di un cuore che tuttavia continuava a vivere e ad amare, per sempre.

Ogni settimana una nuova “storia di valigie”!

Seguite il nostro podcast!

Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

I ragazzi con la valigia

Valigia_Bagna

di Nicola Bagna

E’ il dicembre 2019 e vedo per la prima volta le Dolomiti. Una montagna sovrasta Corvara, il Sassongher. Lontana, avvolta da nubi. Solitaria soprattutto. Dall’altro lato il Col Alt. Meno ripido, più dolce a modo suo. La prima cosa che viene in mente è la neve. Ma forse ci si dimentica delle curve: per arrivare a Corvara ci sono le curve che si arrampicano, s’inerpicano, si destreggiano come un piccolo bruco che affronta una foglia. Si dondolano lisce e aspre e feroci e insicure. Sono loro il primo approccio con le Dolomiti.
Corvara è fredda e sento l’altitudine. Mi sembra di avere il fiato corto e un leggero senso di ottundimento. Cerco l’Hotel La Perla. Ho una grande valigia con me.
La valigia. Siamo i ragazzi con la valigia. Ci chiamano in diversi modi; i miei amici a casa dicono “stagionale”, mia madre dice “tu lavori a pezzi di anno”.  Nessuno però ha capito la scelta di essere “unoconlavaligia”. Ho sempre voluto lavorare nell’ospitalità e ho sempre desiderato questo lavoro. Ho fatto la mia valigia, l’ho riempita e ogni volta che un pezzo di anno è volato questa valigia è più piena.
Le montagne. Le montagne e la loro strana presenza. Mi giro attorno e vedo cime, pennacchi di neve le ricoprono, sono belle come la vita, sembrano dure e aspre come la vita stessa. Sento la gente parlare. Non capisco, è strano sentire una lingua e non comprendere nulla. Il ladino è affascinante, ha la sua storia, la sua vita e si studia e si usa quotidianamente qui nelle valli. E’ identità, vita, cultura. L’ho messo con le altre cose in valigia.
Incontro molta gente al lavoro. Molti di loro sono colleghi nelle avventure di questo strano lavoro che è l’accoglienza. Non parlo di turismo, no! Io lavoro nell’accoglienza, saluto la gente che arriva in Casa, me ne prendo cura, mi preoccupo che stiano bene davvero! Per me non sono solo turisti! Imparo tanto sia dagli ospiti, sia dalle persone che mi circondano. Ci sono storie di vita che libri interi non basterebbero a contenerle: tutte diverse, tutte matte, tutte strane, nessuna vuota. Io le metto da parte in valigia.
Le Dolomiti spesso mi spaventano, perché sento che hanno un’anima. Mi sembrano vive, non semplice pietra e capisco adesso il rispetto e l’orgoglio che chi abita queste valli ha di essere “un ladino”.
Perché se il mare è di molti, e la terra di tutti, pochi possono vantare questo rapporto con una natura così difficile e bella contemporaneamente, pochi possono vantare questo attaccamento viscerale ad una realtà che è unica e che non può fare a meno di contagiarti.
Corvara mi ha accolto come una casa nuova, a me con la mia valigia piena di pezzi di anni. Casa La Perla è una storia di vita, di una famiglia che accoglie non solo ospiti, ma anche una famiglia sterminata di collaboratori. Siamo quasi in cento e quasi tutti con la valigia. Si creano amicizie, e anche amori, matrimoni e bimbi.  Ci sono amici e amici che sono fratelli. Tutti con una valigia nel nostro alloggio. Ognuno regala un pezzetto di sé agli altri.
A distanza di un anno la mia valigia è sempre più piena e ho ancora tanto spazio.

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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