Il sacco valigia militare negli anni 70

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di Federico Tibaldo

Devo fare uno sforzo di memoria, perché i fatti si svolgono nell’estate del 1973, durante il mio periodo di servizio militare nella fanteria di montagna, meglio nota come “alpini”.

Ogni alpino riceveva al suo arrivo una dotazione: le divise e gli indumenti per adattarle alle diverse stagioni, ben quattro tipi di scarpe, una gavetta e una borraccia. La nostra dotazione però comprendeva anche il necessario per contenere tutto questo e altro: un grande valigione floscio con maniglione centrale, definito “sacco valigia”, uno zaino tipicamente alpino e uno zainetto tattico di piccole dimensioni. Oltre a questo corredo era consentita una borsa “borghese”, da usare durante le licenze.

Di solito, si cercava di dare una certa rigidità al “valigione floscio”, inserendo all’interno un telaietto metallico, costituito da 12 tondini che andavano collegati tra di loro con degli angoli di plastica rigida, al fine di conferire al “valigione floscio” la forma di un parallelepipedo. Il telaietto era disponibile nello spaccio militare della caserma a prezzo modico, ma non troppo.

Queste “valigie” andavano un utilizzate secondo il regolamento militare, a seconda dell’evento previsto. Quindi se si trattava dell’esercitazione di un giorno, veniva utilizzato lo zainetto tattico, dove andavano inserite sempre borraccia e gavetta. Se si trattava del “campo estivo o invernale”, una o due settimane di marcia e scalate su sentieri di alta montagna, si doveva utilizzare lo zaino alpino. Invece nei trasferimenti, come ad esempio il cambio di caserma o di distretto militare, si doveva utilizzare il corredo completo, che vale la pena di descrivere.

L’alpino che veniva trasferito di sede, caricava sulle spalle lo zaino alpino, portava su una mano il sacco valigia e sull’altra mano la borsa “borghese”, mentre lo zainetto tattico veniva riposto all’interno del valigione insieme alle cose più voluminose, quali le calzature e le divise non utilizzata (a seconda che il trasferimento avvenisse in primavera/estate o autunno/inverno).

Il mio primo trasferimento degno di nota è stato quello dalla caserma C. Battisti di Cuneo alla Caserma Reatto di Bressanone, che da anni non esiste più. Pertanto, con tutto il bagaglio appresso, viaggiai prima sul cassone di un autocarro CM, poi con tradotta militare sulle famose carrozze “Centoporte”, munite di confortevoli sedili di legno trainate da uno già storico locomotore trifase E.432 con movimento a bielle.

Durata del viaggio da Cuneo a Torino: 4 ore su tratta di 98 km, con velocità media di poco inferiore ai 25 km/h, che comunque ci consentì di ammirare il panorama dettagliatamente. Fortunatamente a Torino salimmo su un treno di epoca più recente, sempre con bagaglio appresso. Comunque dopo 14 ore complessive di viaggio, arrivammo alla caserma E. Reatto di Bressanone; dove, in tutta sincerità, l’accoglienza non fu idilliaca, ma comunque in “linea” con la tradizione militari dell’epoca.

Ma torniamo per un attimo all’elemento che dà il titolo a questo racconto, ovvero l’ormai famoso sacco valigia.

La capienza generosa del nostro valigione, mi consentì di stivarci un bel po’ di cose: visto che eravamo in piena estate, la divisa invernale, cappottone compreso, gli scarponi alpini, gli scarponcelli, le scarpe ginniche, lo zainetto tattico e non ricordo nemmeno cos’ altro.

Comunque tra lo zaino sulle spalle, la borsa personale in una mano e il valigione nell’altra, posso garantire che, l’insieme descritto, determinava un bel esercizio fisico, ma eravamo giovani e forti……

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La mia valigia bordeaux

di Rosina Darù

valigia_bordeauxLa mia valigia, rossa bordeaux, come tante altre valigie, svela ricordi lontani, fantasie, sogni, emozioni e soprattutto riflessioni a distanza di tempo. Erano gli anni 80 e mi venne l’idea di partire con una cara amica romana (che ora purtroppo non c’è più) per un´avventura, un viaggio a Parigi, la città dell’arte per eccellenza. Quando l’idea iniziò a concretizzarsi, ci vollero pochi giorni per decidere insieme i tempi, le modalità del viaggio e come riempire velocemente la mia valigia. Per me era la prima volta …un viaggio importante… lei aveva invece già visitato diversi paesi lontani. Parigi è ormai distante dalla mia memoria, ma è rimasta nel mio cuore e penso che abbia giocato un ruolo positivo come esperienza di vita.

Un anno dopo era la volta di Vienna, stessa valigia bordeaux, stessa amica per… altra avventura, altro bel ricordo.

Poi però la valigia è stata sostituita dallo zaino, anche di colore rosso, per esplorare cime e creste montane prima considerate irraggiungibili. Quanta bellezza paradisiaca, in grado di farmi dimenticare la fatica del tragitto.

Ancora sento la morbidezza del plaid che mi calmava i brividi di quella fredda sera, nel rifugio Similaun, a 3000 m. All’indomani saremmo partiti per la vetta.
Eravamo in diversi amici lassù, un gruppo molto eterogeneo, ma ben affiatato.

Raggiunta la cima, il giorno dopo, provammo un´immensa felicità. Io e mio marito non dimenticheremo mai quella bellissima e straordinaria esperienza!!!

Ma ora torniamo di nuovo alla valigia (sì, proprio quella bordeaux!). Da “valigia del diletto” è diventata “valigia della scuola” o “valigia d´ordinanza”: avete presente quelle preparate sempre all’ultimo momento, la sera prima della partenza?

Le destinazioni, tutto sommato, sono sempre state invitanti: Roma, Sicilia, Toscana, Umbria, Spagna, Croazia…e anche Russia. Ma le gite con più scolaresche comportavano sempre un grosso impegno …prima, durante e dopo la gita stessa.

Rosina_DaruQuanta gioia, però, su quei freschi e giovani volti. Alla fine, se ci penso, era un´ottima occasione per avvicinare il mondo degli insegnanti a quello degli studenti, accorciare le distanze con una, per così dire, complicità del momento.

La mia cara vecchia accompagnatrice bordeaux non ha cessato di accompagnarmi neppure ai frequenti appuntamenti con i miei genitori, nel mio paesello d´origine, dove ritrovavo anche la Natura, elemento che ha contribuito a far di me quel che sono.

Ora però quella valigia non è più con me. È passata ad una ragazza romena che ho adottato a distanza per diversi anni. Un giorno è venuta a trovarmi e ho ritenuto giusto che la mia valigia, piena zeppa di vestiti e di cose utili, partisse con lei. Chissà …forse un giorno anche quella ragazza potrà ricordare e scrivere la sua storia con protagonista la stessa intramontabile valigia bordeaux.

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PRIMA DI “UN PASSO DAL CIELO”

di Alda Picone

Nel 1970 Terrence Hill è probabile non sapesse neppure dell’esistenza del lago di Braies; allora, assieme a Bud Spencer, era impegnato in una serie di film, la maggior parte western, dove, ad ogni colpo di pistola che sparava cadevano morti o feriti in due. Io, invece, allora, ogni domenica da maggio a settembre, prima dell’alba ero già in viaggio con il mio ragazzo Luciano (direi fidanzato…) verso laghi e torrenti dove andare a pescare trote selvatiche e ruspanti.

picone_braiesLa meta più gettonata era Braies, sia lago che dintorni, non solo per la pescosità, ma soprattutto perché sia il lago che la valle offrono paesaggi, boschi, montagne da mozzafiato. Allora l’ora legale non c’era, non l’avevano ancora inventata, per cui per essere presto in pesca si doveva partire in piena notte. Si caricava la macchina, una Fiat 500 dell’amico Sergio, alle tre di notte e poi via verso la val Pusteria.

I bagagli consistevano in due zaini, di Sergio e di Luciano, le canne da pesca e la mia valigetta gialla, piccola ma sufficientemente capiente per contenere ciò che poteva servirmi sia che stessimo in giro un solo giorno o anche un intero weekend.

Ci mettevo dentro di tutto, ma soprattutto non potevano mancare caldi calzettoni di lana e maglione perché sono sempre stata freddolosa ed a Braies all’alba ed al tramonto le temperature non sono certo africane nemmeno ad agosto.

Durante il viaggio, mentre Sergio e Luciano davanti parlavano di pesci, fiumi, canne ed esche, io dormicchiavo rannicchiata in quel poco spazio che rimaneva dei posti posteriori del cinquino che dovevo dividere con gli zaini e la mia valigia gialla che era anche il mio cuscino….

Il viaggio durava quasi due ore……, salute del vecchio cinquino permettendo, ma non andava sempre liscia: una volta la marmitta si staccò, un’altra il carburatore non mandava più benzina e la macchina cominciò a singhiozzare, per fortuna Luciano se ne intendeva e questi problemi in qualche modo riusciva a risolverli.

Poi finalmente si arrivava: Braies all’alba è semplicemente da mozzafiato, è inutile perdere tempo in descrizioni perché non è possibile rendere l’idea. Bisogna andarci e vedere con i propri occhi, il luogo sembra magico… di una bellezza incredibile.

valigia_piconeVerso le dieci di mattina arrivavano i turisti e per noi trenta o quaranta persone intorno al lago sembravano eccessive; allora smettevamo di pescare i famelici salmerini alpini e scendevamo lungo il torrente, il verdeggiante rio Braies cercando di ingannare le trote fario dalla livrea bellissima ricca di macchiette nere e rosse sgargianti. Posti stupendi …il rio Stolla con le trote e i salmerini nascosti dietro i massi che rompevano la corrente della limpidissima acqua di ghiacciaio; poi le sorgenti Maite: tanti rivoli d’acqua purissima che sgorgavano dal terreno e creavano un percorso in mezzo ai larici ed agli abeti su sponde ricche di muschio fino a confluire nello Stolla.

Sono passati cinquant’anni, ma i bellissimi ricordi ci sono ancora: con Luciano, diventato mio marito, non abbiamo mai smesso di frequentare il lago e la sua stupenda valle, anche se dopo la fiction “Un passo dal cielo” il lago ha conosciuto un vero e proprio boom turistico e la pace che ricordavamo non esiste più.

La mia valigetta gialla…si c’è ancora e quando la vedo mi vengono in mente le giornate spensierate e felici trascorse in mezzo alla natura ed ai boschi allora incontaminati.

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Il mio baule-armadio

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di Giusy Salati Spalla

La storia di questo baule-armadio comincia quando avevo 12 anni ed è legata alle mie prime esperienze di viaggio, non di tipo turistico, ma per andare a vivere in localià non proprio vicine.

Il tutto si inserisce ovviamente nelle esigenze della mia famiglia. Mio padre, Ufficiale di Stato Maggiore, era stato da poco inviato in Canada per la frequenza della locale Scuola di Guerra e ci aveva preceduto nel trasferimento in tale Nazione.

All’epoca abitavamo a Milano e per la verità non era l’unica sede in cui ho abitato. Già da più piccola avevo dovuto affrontare i disagi, quelli che per me erano i più gravi, di dover cambiare ogni due o tre anni localtà e come ovvio perdere quelle iniziali, piccole relazioni “sociali” che incominciavo ad avere con i miei compagni di scuola. Ogni volta  mi facevano sentire sempre come …”l’ultima arrivata“. Questa volta però, alla ormai consolidata novità di cambiare casa e amicizie, si trattava di andare a vivere in un altro Continente.

I preparativi per la partenza furono impegnativi. Mio papà ci aveva fornito indicazioni complete su cosa portare, come vestirci in considerazione del freddo clima locale. Dovevamo anche limitare il numero di bagagli e alla mamma fu suggerito di comprare un baule-armadio che avrebbe potuto risolvere in parte i nostri problemi. Accompagnata da una sua cugina si recò in Galleria Vittorio Emanuele, in un negozio molto bello che si chiamava Franzi e comprò questo baule-armadio.Tutte la rifiniture erano in “cuoio Franzi”, e aprendo la parte superiore si vedeva il suo rivestimento in velluto cremisi. Era molto bello!

Nascono così i ricordi di questo baule-armadio nel quale furono sistemati  i nostri  vestiti, le scarpe e una buona parte di biancheria. E anche io trovai il modo di farci stare alcune cose personali, “i miei piccoli segreti“, che non volevo assolutamente lasciare in Italia. Il baule-armadio e le altre valigie ci seguirono in tutta questa nostra avventura.

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Sull’ Andrea Doria

Affrontammo il viaggio sulla nave Andrea Doria, a quei tempi un transatlantico famosissimo , che però ebbe una tragica fine.  Affondò purtroppo il 25 luglio del 1956.

Il viaggio iniziò da Genova. Ricordo benissimo quel giorno perchè era la vigilia del mio compleanno. Compivo 12 anni e quei ricordi mi sono rimasti impressi nella mente. Il viaggio durò 12 giorni, spesso con mare molto grosso,  forza 8 mi ricordo. Venivamo sballottati qua e là. Io ero molto timorosa perchè andavo verso l’incognito. Avevo lasciato tutti i miei amici, i miei professori, ecc. Piangevo di nascosto per non farmi vedere dalla mamma.

Arrivati nel nuovo Mondo dovemmo affrontare altre, nuove situazioni. Scendendo dalla nave pensavamo di vedere il papà aspettarci sulla banchina ma purtroppo non c’era. Per alcuni disguidi non era riuscito ad arrivare in tempo per accoglierci.

Il porto di New York era organizzato (credo soprattutto per gli emigranti) con dei settori individuati da lettere dell’alfabeto, quindi noi ci mettemmo nel settore “S” (il mio cognome è Spalla), e subito iniziarono i primi problemi per farci capire dal personale di servizio. Noi non conoscevamo l’inglese; io studiavo il francese e  anche mia madre a scuola aveva imparato il francese. Cercammo perciò di farci capire esprimendoci a gesti. Ho ancora molto chiaro questo viaggio avventuroso!

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Lasciando New York

Finalmente papà arrivò. Recuperati tutti i bagagli, compreso avviamente il caro baule-armadio con i miei piccoli segreti, papà ci fece fare un giro per New York prima di salire sul vagone letto che ci avrebbe portato a Kingston in Canada. Fui colpita, e ricordo come se fosse ieri, nel vedere gli addetti al treno, soprattutto  afro-americani, in divisa con il cappellino in testa, che per far salire sul treno mettevano una piccola scaletta di 3 gradini e si chinavano per ringraziare.  Tutte cose per me nuovissime.

All’arrivo, la mattina dopo, ci trovammo con un paesaggio tutto bianco. Durante la notte aveva nevicato moltissimo, e mia madre, sottovoce, mi diceva “ma dove ci ha portato, dove ci ha portato tuo padre!”, facendo però finta di niente.

Con un breve percorso in taxi arrivammo nella casa, tutta ammobiliata, che ci avrebbe ospitato per quasi un anno e, un po’ alla volta, svuotammo i nostri bagagli e tutto ciò che conteneva il baule-armadio.

Ma la storia del baule-armadio, con il piccolo scomparto dove avevo nascosto i miei più cari ricordi, non termina qui. Ha continuato a seguirci durante i successivi trasferimenti della mia famiglia, dovuti alle varie sedi di servizio di mio padre. Ricordo  qui soltanto gli ultimi all’estero, tralasciando quelli numerosi in giro per l’Italia. Il baule-armadio ci ha seguito a Parigi e, per ultimo, in India, a New Delhi ove vi si è fermato per 3 anni, prima di tornare definitivamente in Italia.

Poi io mi sono sposata e, pur continuando con numerosi traferimenti e traslochi in Italia e all’estero, il baule-armadio “ha preferìito ” non lasciare i miei genitori, ma io ho portato con me i preziosi ricordi del tempo trascorso insieme.

Ciao, amico carissimo della mia giovinezza!

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STORIE DELLA MIA VALIGIA

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di Elisa Feller

Mi aspettava ogni fine settimana e in ogni momento utile.

Solitamente mi accompagnava lungo il tragitto che durava tre ore, piene di attesa e desiderio, di pensieri beati, sapendo che, una volta raggiunta la mia meta, avrei vissuto in paradiso. Erano i giorni dell’amore.

Era sempre pronta e bastavano pochi oggetti, perché non servivano vestiti, non servivano accessori, non serviva nulla di più che l’attesa e il piacere del viaggio.

Era quindi leggera-leggera e si prestava a qualsiasi trasporto: preferivo il treno – tre ore di immersione nei miei sogni – oppure il più scomodo pullman. Talvolta usavo la macchina, un viaggio più rapido ma più rischioso. Ma con quella valigia avrei potuto affrontare qualsiasi pericolo, qualsiasi avversità, perché conteneva il mio cuore e il desiderio.

Ogni tanto c’erano mete diverse: le vacanze spensierate che facevano durare i sorrisi per tutto il giorno; gite in città d’arte dove si andava a caccia di curiosità e storia; escursioni in luoghi naturali, dove ci si lasciava andare alla bellezza e all’incanto. In quelle occasioni la mia valigia pesava un poco di più, perché al cuore, si accompagnavano le emozioni e i ricordi di attimi perfetti.

Ci sono stati anche viaggi più impegnativi, all’estero, in luoghi che evocavano la storia dell’uomo e della civiltà. Quante belle cose abbiamo visto: l’incredibile mondo ci offriva meraviglie che ci lasciavano a bocca aperta e ci facevano sentire piccoli di fronte allo splendore che esprimevano e ci facevano sentire fortunati per aver avuto l’occasione di assistervi. Allora la mia valigia si riempiva di curiosità e riconoscenza, che assieme al cuore, alle emozioni e ai ricordi portava con se pure intense esperienze e un pizzico di conoscenza in più, di consapevolezza.

Infine ho usato ancora quella valigia, ma era diventata improvvisamente pesante, difficile  da trascinare, ma indispensabile: conteneva sempre il mio cuore pulsante, il desiderio, i ricordi erano intatti, ma le emozioni si erano estese, sconfinando nel campo della preoccupazione, del dolore; la consapevolezza duramente mi metteva al corrente dell’abbandono ormai  imminente, le emozioni si erano tinte di scuro, piene di tristezza.

La mia valigia ad un tratto non serviva più: i viaggi, le gite, le vacanze…

Quei viaggi, quelle gite, quelle vacanze erano finite per sempre, perché chi mi accompagnava era partito per un viaggio più lungo, senza ritorno e dove le valigie di certo non servivano.

Io rimanevo ad un tratto senza mete, senza direzioni da prendere, senza progetti. Ma lì, davanti a me, dentro di me, c’era ancora la mia valigia. Mi sembrava inutile, superflua.

E invece conteneva i ricordi, diventati ancora più preziosi, e da questi venivano fuori sorrisi, ventate di felicità che la mia valigia aveva conservato intatte e che mi restituiva ora per farmi respirare. Veniva fuori ancora amore, perché non se n’era andato, aveva solo cambiato forma e le emozioni, velate da malinconia, riportavano alla riconoscenza e all’incanto di aver vissuto comunque e di aver avuto modo di viaggiare con la mia piccola valigia, perché piena solo di un cuore che tuttavia continuava a vivere e ad amare, per sempre.

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I ragazzi con la valigia

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di Nicola Bagna

E’ il dicembre 2019 e vedo per la prima volta le Dolomiti. Una montagna sovrasta Corvara, il Sassongher. Lontana, avvolta da nubi. Solitaria soprattutto. Dall’altro lato il Col Alt. Meno ripido, più dolce a modo suo. La prima cosa che viene in mente è la neve. Ma forse ci si dimentica delle curve: per arrivare a Corvara ci sono le curve che si arrampicano, s’inerpicano, si destreggiano come un piccolo bruco che affronta una foglia. Si dondolano lisce e aspre e feroci e insicure. Sono loro il primo approccio con le Dolomiti.
Corvara è fredda e sento l’altitudine. Mi sembra di avere il fiato corto e un leggero senso di ottundimento. Cerco l’Hotel La Perla. Ho una grande valigia con me.
La valigia. Siamo i ragazzi con la valigia. Ci chiamano in diversi modi; i miei amici a casa dicono “stagionale”, mia madre dice “tu lavori a pezzi di anno”.  Nessuno però ha capito la scelta di essere “unoconlavaligia”. Ho sempre voluto lavorare nell’ospitalità e ho sempre desiderato questo lavoro. Ho fatto la mia valigia, l’ho riempita e ogni volta che un pezzo di anno è volato questa valigia è più piena.
Le montagne. Le montagne e la loro strana presenza. Mi giro attorno e vedo cime, pennacchi di neve le ricoprono, sono belle come la vita, sembrano dure e aspre come la vita stessa. Sento la gente parlare. Non capisco, è strano sentire una lingua e non comprendere nulla. Il ladino è affascinante, ha la sua storia, la sua vita e si studia e si usa quotidianamente qui nelle valli. E’ identità, vita, cultura. L’ho messo con le altre cose in valigia.
Incontro molta gente al lavoro. Molti di loro sono colleghi nelle avventure di questo strano lavoro che è l’accoglienza. Non parlo di turismo, no! Io lavoro nell’accoglienza, saluto la gente che arriva in Casa, me ne prendo cura, mi preoccupo che stiano bene davvero! Per me non sono solo turisti! Imparo tanto sia dagli ospiti, sia dalle persone che mi circondano. Ci sono storie di vita che libri interi non basterebbero a contenerle: tutte diverse, tutte matte, tutte strane, nessuna vuota. Io le metto da parte in valigia.
Le Dolomiti spesso mi spaventano, perché sento che hanno un’anima. Mi sembrano vive, non semplice pietra e capisco adesso il rispetto e l’orgoglio che chi abita queste valli ha di essere “un ladino”.
Perché se il mare è di molti, e la terra di tutti, pochi possono vantare questo rapporto con una natura così difficile e bella contemporaneamente, pochi possono vantare questo attaccamento viscerale ad una realtà che è unica e che non può fare a meno di contagiarti.
Corvara mi ha accolto come una casa nuova, a me con la mia valigia piena di pezzi di anni. Casa La Perla è una storia di vita, di una famiglia che accoglie non solo ospiti, ma anche una famiglia sterminata di collaboratori. Siamo quasi in cento e quasi tutti con la valigia. Si creano amicizie, e anche amori, matrimoni e bimbi.  Ci sono amici e amici che sono fratelli. Tutti con una valigia nel nostro alloggio. Ognuno regala un pezzetto di sé agli altri.
A distanza di un anno la mia valigia è sempre più piena e ho ancora tanto spazio.

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LA VALIGIA DEI DESIDERI

di Riccardo Tontaro

Una lettera? A quest’ora insolita, mah, pensai tra me e me… Doveva essere proprio una razzo a mandata importante: era stata spedita, solo tre minuti prima, dalla Svezia. Carta filigranata con francobollo di un paio di metri quadri leccato da poco e ben spiaccicato su una busta dalla quale uscì un foglio delle dimensioni di una tovaglia per tavolo da dodici. Era un invito. E che invito! Poche righe di inchiostro, raggrumato in una calligrafia che sapeva d’antico, dicevano che avevo vinto il premio Snobbel per la letiradure. Il premio Snobbel, hai capito, ripensai tra me e me. Ma la sorpresa, in quell’attimo di tronfiezza, si lasciò subito ammaliare dal panico: non avevo lo smoking. Mi fiondai quindi, nonostante l’ora tarda, da Ginetto il fighetto del borghetto, un trappolotto di uomo alto un metro e mezzo, cappello compreso, ma dalle maniere altamente raffinate, il quale, senza farsi pregare più del dovuto, aprì la sua vecchia valigia da mago, custodita nel sottotetto di quella sua casa periferica e suburbana, ed estrasse un vestitino lievemente appariscente. Ma comunque di smoking si trattava. O quello, verde ramarro fosforescente, o niente. Lo presi. Presi in prestito anche la camicia con il collo a beccuccio, un papillon a pois riannodato di recente e una coppia di gemelli di otto mesi, nel senso che erano alquanto grandicelli per i miei gusti. Ginetto fu così cortese da accompagnarmi alla stazione, salii – senza alcun biglietto – sul treno dei desideri e via!

Con me, impoltronato mica poco, quel treno non viaggiava su binari regolamentari, sfrecciando a tutto vapore verso la nordica destinazione. Mi avevano riservato un’intera carrozza, piena zeppa di cosette curiose. Ero solo, nessuno mi squadrava, nessuno mi controllava, e potevo toccare tutto, senza essere sgridato. Tanti oggetti, mai visti prima. Dischi, in vinile, che bastava solo guardarli e suonavano la musica che più ti piaceva, cuscini soffici per sogni d’oro, sor­prese con dentro l’ovetto, salsicce cicce che colavano di gioia, crauti gelosi che ne volevano un po’ anche loro, sole caldissimo in formato tascabile da usare al bisogno, pezzettini di cielo di ogni blu trapuntati di stelle di gomma, che quando cadevano rimbalzavano di nuovo al loro posto, lune in formato mignon, di quelle che ti fanno venire un friccico nell’anima, fiori, prati, mari da tuffarcisi dentro nudi, maschere che si scioglievano per cui non serviva mettersele, ampolle di libertà come l’aria incondizio­nata, boccette di pace intelligente, flaconi di pazienza per non ipocriti, pennelli colorati che dipingevano da soli, libri di favole parlanti, penne con l’inchiostro che da macchia si trasformava in parole di magia, fiori danzanti e vasetti di vetro colorati con dentro delle piccole stelline, con etichetta che diceva, a voce, “Aprimi”. Chiaramente, li aprii tutti, tutti quanti… Il soffitto a volta della carrozza si trasformò seduta stante in un piccolo firmamento. Rimasi incantato a guardarle per ore, volteggiavano così felici, le stelline mobili. Ma il loro posto, pensai, non è dentro una carrozza del treno, anche se era quello dei desideri. Allora aprii il finestrino e, una a una, le feci scivolare fuori, nel cielo, che quello è il loro posto. E, mentre mi guardavo i palmi delle mani, pieni di granellini luccicanti, mi accorsi che dagli altri finestrini uscivano dei retini. Solo che non erano farfalle quelle che stavano raccogliendo, erano farfallettere. Ed erano i retini dei poeti quelli che catturavano le parole, quelle più belle, e degli scrittori, che acchiappavano le frasi più incantevoli di sempre per metterle in fila, insieme a qualche sensazione da brivido, nei loro racconti. Di quelle farfallettere ne raccolsi qualcuna anch’io: sono dentro queste poche righe che ho, vanitosamente, “scritto”. Che sarebbe sufficiente sfogliare una qualsiasi cosa “scritta” nei primi del Novecento per farmi subito volare molto basso. Ad esempio, queste poche righe di Louis Ferdinand Céline (Viaggio al termine della notte, 1932): “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.

Ma questo è il bello, e il difficile, dello scrivere e del leggere: si può viaggiare con qualcun altro nel suo viaggio? Penso di sì, anche se la stessa vita, talvolta, ce le tira dure – “delusione e fatica”: basta solo aprire una valigia, o un libro, o un quaderno di pagine ancora bianche. E partire…

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La Valigia Rosa (breve storia a lieto fine)

di Laura Innocenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era il mese di giugno 2019, e sono partita da Bolzano con il treno per Schiavonea, piccola frazione della Costa Ionica calabra, 1113 km, 13 ore di viaggio.

Avevo affittato per un mese un appartamento vista mare per me, i miei due figli e il nostro cane Roy.

Axel, il primogenito sarebbe partito dopo dieci giorni per raggiungere gli amici in Puglia, invece io e Dylan ci saremmo fermati tutto il mese. Visto che l´idea di far viaggiare Roy in una stiva d´aereo non mi sarebbe mai passata per l´anticamera del cervello, ho deciso che il viaggio l´avremmo fatto in treno! Per viaggiare più leggeri la scelta migliore sarebbe stata quella di spedire una grossa valigia per posta.

Una volta arrivati al paese, ho scoperto che la mia valigia non è mai arrivata! Pertanto ci siamo ritrovati veramente con quattro straccetti. Abbiamo comprato un costume a testa, un asciugamano e abbiamo proseguito la vacanza nella speranza di riuscire a recuperare il bagaglio, prima o poi. Sarebbe stata la vacanza più “minimal” di sempre.

Nonostante le mille chiamate alla posta e ai vari corrieri, che pareva avessero preso in carico il pacco, le ultime tracce della valigia si perdevano a Roma.

La sera dell´arrivo in Calabria abbiamo fatto conoscenza con Daphne, o quantomeno così la chiamavano gli abitanti del paese… una cagnolina tipo Amstaff (un pittbull un po’ più grosso) abbandonata per strada.

Lei ci aspettava sempre e dopo qualche giorno, ho ceduto miseramente al suo fascino e l´ho fatta salire in casa. Inutile, lei mi ha scelta e ho deciso di fare “il salto”, ossia portarla via con me.

Nel giro di poco la vacanza è terminata e della mia valigia nemmeno l’ombra. Siamo ripartiti con poche cose …e due cani. Con Dylan abbiamo poi deciso di fare una tappa a Roma per spezzare il lungo viaggio.

Giunta a Bolzano mi sono recata in posta e grazie alle conoscenze di un’impiegata ed un’accurata descrizione della mia valigia rosa, si è scoperto che era ferma nel magazzino di Salerno, tra i pacchi anonimi. Ebbene si era perso il cartello con mittente e destinatario. Dopo un paio di giorni, rieccola a casa, dove dovrebbe stare.

Morale:

Io credo, e ne sono fermamente convinta, che nulla capiti per caso… che quella valigia non sia mai arrivata proprio per lasciarmi libera una mano, una mano per un guinzaglio in più!
Quella calda estate ha voluto che le cose che non avevo con me lasciassero spazio a qualcosa di più profondo e che mi riempirà il cuore per sempre.

RITORNO AL FUTURO

FotoNockerSoraya

di Rudolf Nocker

Questa storia parla di Rudolf e Soraya. Rudolf guida escursionistica e maestro di sci della Val Gardena e Soraya una cavallina Quarter-Araba-Trotter di 10 anni. Da anni sognavo di farmi un giro a cavallo. La cosa buffa era che non avevo ancora il cavallo, o meglio, 20 anni fa ne avevo due. Alla nascita dei miei figli ho deciso di venderli.

La passione per i cavalli mi è rimasta. Mi lasciavo trasportare dalla lettura dei libri e film su viandanti a cavallo e sognavo ad occhi aperti di vivere anch’io una simile esperienza. Ho raccontato ad un amico, gestore di un maneggio in Val Gardena, delle mie gite a cavallo.

Lui non ha esitato un attimo a farmi vedere una cavallina. Nessuno la voleva poiché era stata urtata al garretto posteriore destro da un’auto. L’ho vista, l’ho provata, ed è stata mia. Lei è Soraya. Carattere buono, voglia di andare, priva di vizi. A tratti leggermente agitata a causa di precedenti esperienze. Per tutta l’estate ci siamo avventurati su per i monti, forcelle, sentieri esposti, vecchie mulattiere. Era rinato in me il sogno di allora: viaggiare col cavallo. Passò l’estate, l’autunno, l’inverno, allenandoci e conoscendoci sempre meglio, costruendo una fiducia reciproca, fondamentale per affrontare un viaggio. Ormai eravamo pronti, ma dove andare? Così pensando al viaggio da organizzare e confidandomi con alcuni amici, sono venuto a conoscenza che proprio nel 2014 ricorreva il 5° anno della Fondazione DOLOMITI UNESCO. Questo ha fatto si che ho elaborato un progetto per rendere onore a questo patrimonio. Ho chiamato questo progetto RITORNO AL FURURO. Desideravo visitare e collegare tutti i 9 comprensori delle DOLOMITI UNESCO. Calcolando il tempo di percorrenza e i km mi sono reso subito conto che l’impresa non era cosa da poco. Ma l’entusiasmo era talmente grande che non mi son lasciato turbare più di tanto. Ma poi cosa scegliere per mettere nelle mie “valigie” (>bisacce)? Ho avuto grande difficoltà a scegliere vestiti, scarpe, mangiare, dormire, kit di pronto soccorso, tutto il necessario per il cavallo ect. 734 km in 37 giorni toccando varie sedi dei parchi naturali delle DOLOMITI UNESCO dove venivano organizzati incontri con autorità, scolaresche, responsabili del turismo nonché tutti quelli che volessero partecipare a scambi di idee sulla salvaguardia delle DOLOMITI UNESCO.

Foto_Nocker_SorayaVolevo conoscere innanzitutto questi bei posti, per capire meglio il mio passato, ovvero la storia, cultura ed arte della gente montanara. Mi incuriosiva come si vive tutt’oggi su queste montagne così belle, affascinanti, posti unici e allo stesso tempo così difficili e piene di sofferenza con tradizioni popolari all’insegna della lentezza e della semplicità. Il viaggio vuole anche essere un’occasione per vivere e sperimentare le DOLOMITI UNESCO attraverso la più antica e sostenibile forma di mobilità, quella del cammino a piedi in compagnia di un fidato amico: il cavallo. Abbiamo iniziato il viaggio dal Brenta per poi passare al Bletterbach, al Latemar-Catenaccio-Sciliar, alle Puez-Odle, al Fanes-Senes-Braies-Tre Cime, alle Dolimiti Friulane e le Dolomiti Bellunesi, alle Pale di S.Martino, alla Marmolada, al mt. Pelmo-Croda da Lago per finire a Cortina.

Vi racconto come è stato il primo giorno anche per darvi un’idea dell’avventura … Ero a dir poco un po’emozionato, anche perché non conoscevo quello a cui andavamo incontro. Avevo portato troppe “valigie”. Va detto che non avevo mai fatto un viaggio così lungo col cavallo. L’idea era quella di partire con il necessario per Soraya e per me, senza fare rifornimenti oltre che per il nostro mangiare. Mettere tutto nelle mie “valige”, due bisacce, come faro mai? Siamo partiti alla volta di Strembo, sede del Parco Naturale Adamello- Brenta dove siamo stati accolti cordialmente dagli amministratori.  Riprendiamo subito la nostra avventura verso Bucenago per poi salire verso la malga Plan. Passiamo un pendio molto ripido entrando nel bosco e subito non riusciamo più a continuare per gli alberi abbattuti. Decidiamo di ritornare fino alla malga Plan. Al ritorno dovevamo passare un „ponte“ costruito con 3 tronchi messi vicini con una „siepe“. Soraya scivola, mi travolge, urtiamo la siepe e cadiamo nei cespugli, ci rialziamo e grazie a DIO non ci è successo niente oltre qualche graffio per Soraya nonché una botta alle costole per me.

Tutto questo dopo sole due ore di marcia. Ero molto turbato anche perché avevamo ancora 700 km e 36 giorni davanti a noi con passaggi altretanto difficili.

Comunque col senno del poi è stato di grande lezione per tutto il viaggio anche perché sono stato molto più guardingo. Una volta arrivati alla malga Movlina, veniamo accolti da Lorenzo, che gestisce con Alessandro l’alpeggio con mucche, capre, ed altri animali. Mangiamo i loro prodotti caserecci e vino a volontà …

Non voglio continuare, ma pensando al lungo tragitto che abbiamo ancora da fare, ci tocca a malincuore salutare e ripartire.

Arriviamo sul passo d’Agola poi al lago d’Agola, poi risaliamo verso la Bassa Valfrasinella. Prima di arrivarci dobbiamo attraversare un’altro ponte strettissimo. Passiamo il ponte indenni e risaliamo la montagna per arrivare al rif. Graffer. Nel fratempo è diventato buio e io sono al limite delle mie forze, anche Soraya patisce la giornata difficile, d’altronde siamo in viaggio dalle 6 di mattina e adesso sono le 22 …

Veniamo accolti da Luis gestore insieme a Roberto Manni – nota guida di spedizioni Himalyane e non solo. Ci coccolano con delle pietanze squisitissime. Non reggiamo a lungo.

Doccia e poi a letto, domani ci sara una nuova avventura …

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

Una voce nel castello

Andy_Odierno

La mia esperienza al Touriseum è stata senza dubbio accolta, inizialmente, da un certo stupore da alcuni membri dello staff, dal momento che ero un tirocinante un po’ “stagionato” se rapportato alla media di ragazzini che venivano regolarmente ogni anno per fare alternanza scuola-lavoro o giovani laureandi in materie inerenti al mondo museale. Io sono entrato in questa struttura per una via diversa, un corso come collaboratore museale finanziato dal Fondo Sociale Europeo, frequentato durante la stasi mondiale dovuta alla pandemia. Una sorta di arricchimento personale finalizzato a comprendere meglio un settore che mi ha sempre incuriosito. A corso concluso dovevo scegliere una struttura e il primo nome della mia lista era proprio quello del Touriseum, un piccolo gioiello incastonato tra la natura e la cultura, un museo tra le colline, ma tutto sommato molto vicino alla mia città, Merano. Mi era già capitato di visitare più volte il museo e l’intero complesso botanico  di Schloss Trauttmansdorff da quando è stato fondato e i ricordi erano a dir poco piacevoli. Il contesto era ed è quanto di più invidiabile ci possa essere, anche per una provincia curata come la nostra. Pertanto, perché non provare a lavorarci per un mesetto? Dopo un breve colloquio molto positivo con la responsabile della mediazione Ruth Engl, la quale era ben disposta ad accogliere l’iniziativa del tirocinio del mio corso, la mia esperienza ha avuto subito inizio senza problemi. Il focus del mio tirocinio sarebbe stato quello di sfruttare le conoscenze acquisite durante le fasi teoriche del mio corso, nonché la mia esperienza nel mondo artistico e i miei variegati interessi culturali. Mi è stato dato l’incarico di sviluppare e curare un progetto legato alla mostra temporanea sulla storia delle valigie. Nella fattispecie si trattava di un ciclo di racconti sotto forma di podcast, con pubblicazioni settimanali sul blog del sito. Il mio compito consisteva nel contattare gli aderenti al progetto, fissare appuntamenti, far registrare le loro storie, montarle, mixarle e musicarle uniformemente al trend editoriale del progetto. Talvolta capitava che registrassi personalmente le storie, compito che mi dava molta soddisfazione. Sebbene non avessi mai utilizzato quei programmi o eseguito tali operazioni nel dettaglio, le mie precedenti esperienze in ambiti analoghi (cinema) mi hanno permesso di apprendere e migliorare con notevole naturalezza, a tal punto da ottenere risultati incoraggianti e arricchenti per il progetto. Così trascorrevo la maggior parte del tempo, tra lavoro individuale e gestione degli ospiti. In talune occasioni venivo anche impiegato per sostituzioni presso la reception, in cui mi occupavo di accogliere i visitatori, dando loro le indicazioni, e la gestione dello shop. Queste ultime attività erano sicuramente molto meno interessanti e non le svolgevo molto volentieri, ma fortunatamente non capitavano spesso e nei tempi morti mi tenevo comunque impegnato con la lettura e la correzione dei testi da pubblicare per il progetto “storie di valigie”, oltre che dell’aggiornamento della tabella di marcia e altre operazioni d’ufficio (come traduzioni). Se le mie alte aspettative sulla qualità della location sono state completamente rispettate, sono rimasto piacevolmente impressionato anche dai colleghi. La sfera umana è senza dubbio al livello della sfera naturalistica, a conferma che la bellezza dell’ambiente rende migliore anche chi ci lavora, e viceversa! Quella del Touriseum è una comunità compatta, che comunica tantissimo e che ha saputo generare un sottobosco di piccole consuetudini (ad esempio la pausa caffè come espediente di debriefing) tali da rendere saldo il rapporto di ogni suo componente, senza distinzioni di ruolo, titolo di studio e funzione all’interno della struttura. Tutti parlano con tutti e anche i nuovi arrivati vengono immediatamente integrati nel gruppo. Insomma, al Touriseum ci si conosce tutti subito. Non è una cosa per nulla scontata all’interno di una azienda e ciò mi ha fatto una bellissima impressione. Naturalmente i contrasti ci possono essere, come in tutte le realtà lavorative, ma in generale è sempre molto palpabile la democrazia e il rispetto tra le persone prima di ogni cosa. Magari fosse così ovunque! Una figura chiave è indubbiamente quella di Ruth, da considerarsi come la “mamma” del Touriseum, una donna che ha visto nascere il progetto e che ne rappresenta l’ossatura e memoria storica. Nonostante la sua lunga carriera ed esperienza, tale da accentrare un rispetto paragonabile a quello di una direttrice de facto, un punto di riferimento, lei continua ad essere un giovane motore creativo, che trasmette entusiasmo a tutti e che dà a tutti il giusto spazio e la giusta fiducia per rendere al meglio. Insomma una donna che volentieri accetta di collaborare con ragazzi giovani, per trovare in essi la freschezza di essere una leader sempre pronta ad aggiornare l’offerta culturale del museo. Pertanto devo ringraziare in primis lei per l’autonomia e per gli incoraggiamenti che mi ha dato e poi naturalmente anche tutto il resto dello staff, che ha reso questa esperienza molto gradevole e indimenticabile. Per differenti vicissitudini il mio futuro sarà probabilmente lontano da questa struttura, ma non nego che se dovesse esserci una possibilità di tornare in veste ufficiale, prenderei seriamente in considerazione la cosa, poiché, in un certo senso, il Touriseum mi ha lasciato dentro qualcosa di permanente e spero di aver fatto altrettanto. Ritengo che gli addii siano sempre troppi tristi e sopravvalutati, sia se si confermano tali, sia se alla fine non lo sono, dunque considero questo testo conclusivo più come un arrivederci…e grazie di tutto!

 

Andy Odierno