Archivio mensile:23 marzo 2021

Ciao sono Duck l’ultimo nato di casa “Mandarina”

di Mirella Mercantini

A voi questo nome non dice nulla, ma vent’anni fa la mia famiglia era una prestigiosa ditta di borse e valigie.

Io ero uno degli ultimi nati e per distinguermi dagli altri trolley della casa, i designer avevano deciso di darmi un colore giallo squillante. Ora il colore si è un po’ sbiadito, comunque  mi si nota subito fra i diversi bagagli.

La mia padrona  mi comprò  parecchi anni fa per trascorrere un breve weekend a Trieste e da allora sono il suo fedele compagno. Lei ha sempre amato gli accessori che danno un tocco particolare alla sua figura: sciarpe di seta, cappellini, scialli, mantelle avvolgenti e così anch’io dovevo essere unico e fuori dall’ordinario.

Lei non è una gran viaggiatrice, preferisce mete non troppo lontane da casa e soggiorni brevi.

Per questo le vado bene io, piccolo e leggero. Mi carica, dice sempre prima di partire, solo dell’essenziale: un cambio d’abito e di biancheria, un paio di scarpe e poi naturalmente almeno una sciarpa, un foulard e uno scialle di lana, perchè è freddolosa. Un posto deve essere sempre riservato al beautycase per la cura della sua pelle delicata e ad un libro per la lettura serale. Alla fine ogni volta lei fatica a chiudermi, rischiando di rompere la delicata cerniera che mi avvolge e io mi sento gonfio e pesante.

L’ho accompagnata spesso a Merano al castel Trauttmannsdorf, quando era impegnata nelle guide teatrali. Doveva interpretare la dama di compagnia di Sissi e guidava i turisti a visitare le stanze dove viveva l’imperatrice.

Allora io contenevo altri oggetti: una parrucca, un gioiello antico, gli stivaletti stile ottocento. Io avrei voluto trasportare anche il costume di scena, ma quello l’attendeva al castello, ben appeso e stirato. Mentre lei accompagnava i turisti nelle stanze principesche, io me ne stavo tranquillo nella biblioteca ad aspettare che le guide finissero e poi via, nuovamente pieno e pesante, in automobile verso casa.

Ora la mia padrona si sposta molto poco; io sono comunque sempre pronto. In un angolo dell’armadio, avvolto nella soffice fodera di velluto, aspetto solo che si decida a partire per qualche altra meta vicina, ma interessante.

Mirella Mercantini
Bolzano
ex insegante e guida per passione

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

CESTE E VALIGIE FUGGENDO DALLE BOMBE

di Ettore Frangipane

Avevo compiuto nove anni proprio il Natale del ’43, quando Bolzano fu bombardata pesantemente. Allora mio padre decise di lasciare il Colle, dove eravamo sfollati, e di metterci al riparo nella più sicura Nova Ponente. Era il 21 febbraio 1944, un carro trainato da due cavalli, e sul carro valigie e un paio di ceste, e nelle ceste i nostri averi, e noi tutti – genitori e i tre figli piccoli – a seguire cavalli, conducente e il carro con ceste e valigie. Ore di cammino.

Via dal Colle

Dal Colle a Nova Ponente. Da sinistra Ettore (9 anni), Giuliana (5), il conducente, Maria Grazia (3), mia madre

Le bombe erano cadute proprio al momento del pranzo. Ci eravamo incontrati nell’albergo “Klaus” noi Frangipane con i signori Halfer (primario pediatra) e Ferrari (comandante dei vigili del fuoco), genitori e bambini. Al entro della tavola era apparso un piatto prelibato, all’epoca raro a vedersi: una grossa oca ripiena, che mia madre aveva cucinato secondo la ricetta della sua terra, la Sassonia. Improvvisamente un grande frastuono, tutti in cantina, la terra che trema, la famiglia del vecchio proprietario (per noi era il “Klaus”) che recita il rosario in tedesco, a voce sempre più alta, quasi a voler superare il rombo degli aerei, il fracasso delle esplosioni, la Trèasl seduta davanti a me che piange urlando a bocca spalancata, il padre francescano che era salito al Colle per  celebrare la messa di Natale che ci benedice in articulo mortis.

Il tenente colonnello James R. Byerly comandò il bombardamento di Bolzano il Natale del 1943

Poi torna il silenzio saliamo a goderci l’oca, ormai appena tiepida, ma ci raggiunge la notizia che c’erano due aviatori inglesi (invece erano americani), presi prigionieri dai contadini. Tutti nuovamente giù: uno era ferito e giaceva in una camera. Mia madre con la signora Halfer (che aveva esperienza d’ospedale) risalirono per medicarlo. Noi bambini andammo nella Stube a vedere l’altro aviatore. Stava seduto sulla panca di fronte, mi parve molto elegante, aveva i baffi ed un occhio gonfio e nero. Fece cenno a noi bambini di avvicinarci e sfilò dal portafogli una foto dei suoi bambini, per mostrarcela. A distanza di decenni seppi – e ne scrissi – che si trattava del tenente colonnello Jean R.Byerly, comandante dello stormo di quaranta bombardieri che avevano devastato Bolzano. Il suo aereo era stato colpito dalla Flak, la contraerea tedesca, sopra Ora. Quattro aviatori erano morti sul colpo, gli altri, come Byerly, s’erano salvati col paracadute. L’aereo era precipitato a Rencio. Risalimmo per tornare all’oca ormai fredda.

Ci furono poi altre bombe e mio padre decise che ce ne saremmo andati. Assoldò un contadino col suo carro e aiutai la mamma a riempire le ceste (una serviva a mia sorella Maria Grazia come culla), poi incominciò il lungo cammino verso il Colle dei Signori e oltre, fino a Nova Ponente, una percorso interminabile, che mi riservò un’altra esperienza choccante: l’incontro con i prigionieri russi. Erano accasermati a Nova Ponente e lavoravano alla costruzione della strada che da lì conduceva a Monte Pozza, dove si trovava la contraerea.

Davano di piccone e badile sotto gli occhi attenti di alcuni soldati tedeschi armati di Maschinenpistole. Passammo tra di loro in silenzio ma sentii uno di loro dire al suo vicino qualcosa in una lingua incomprensibile, della quale colsi la parola “italianski”. Più tardi a Nova Ponente diventai quasi loro amico. Li tenevano nello “Schloss”, la vecchia costruzione ora adibita a municipio, e noi Frangipane abitavamo lì vicino. Qualche volta mia madre ci diede da portare loro qualche minestra (ricambiavano con giochetti che ritagliavano nel legno), finché non accadde che uno dei loro guardiani, alterato dall’alcool, un giorno urlando cacciasse via me e la mia sorellina Giuliana.

La strada fu completata e la iniziò a percorrere una camionetta militare tedesca, che più volte ci diede un passaggio, quando incontrava me e mia madre (tedesca purosangue di Lipsia) che andavamo per masi a comprare burro e uova. Dei prigionieri non seppi più nulla. Ceste e valigie tornarono a fine 1945 a Bolzano, in un autocarro. Ma noi Frangipane, comodamente col Postauto della SAD.

E io vissi più tardi, fino al 1995, con una valigia sempre aperta, pronta ad essere riempita e richiusa: giravo il mondo come inviato sportivo per la RAI.

 

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