Archivio mensile:21 aprile 2021

MALA DE VIAGEM – UN VIAGGIO LUNGO CINQUE ANNI

Enea_Bonato_mala_da_viagem

di Enea Bonato

Mala de viagem significa valigia in portoghese.

Il portoghese è l’ultima lingua, la settima, che ho voluto imparare.

Avevo iniziato con il tedesco, poi l’inglese, lo spagnolo, il francese, il greco, e il russo.

Con il russo era stata dura, molto più dura del solito, a causa dei verbi soprattutto.

Mi ero anche iscritto a quegli incontri al bar dove ci s’incontra e si dialoga nell’idioma che si vuole. Con il russo mi hanno dato buca due volte. Sì, ho avuto più problemi con il russo.

Questa valigia, la mia ultima valigia, l’avevo scelta con cura.

Io e Meg, l’abbiamo già usata tante volte insieme. Anche in Puglia, ad esempio, dove andiamo spesso.

Meg è la donna che aspettavo, la donna che amo. La donna che mi ha donato un sorriso nuovo.

Forse il mio primo sorriso. Ce l’ho anche oggi quel sorriso, mentre da solo preparo questa valigia strana.

Sì, strana. Non contiene abiti, pochi ricambi per sotto. Dentifricio e spazzolino…a quello ha pensato lei, Meg, la mia Meg, riempiendo una piccola trousse in tessuto.

Nella mia valigia ho messo per primi gli appunti scritti di mio pugno in portoghese e materiale di cancelleria, evidenziatori, penne…Chi aprirà questa valigia, alla fine del viaggio, che durerà, grazie a Meg, cinque anni, tre mesi, e sette giorni, troverà anche sette libri.

Due riguardano la storia del mio Paese, l’Italia. Da lì vengo, sono nato a Bologna.

”L’Italia della controriforma”, e “L’Italia dei notabili”, sono stati scritti da un autore schietto, diretto, come piace a me.

In sua buona compagnia, José Saramago, in italiano e in portoghese, lo stesso libro in due edizioni, “Tutti i nomi”, “Todos os nomes”. Pesa in valigia, ma c’è anche “O Dicionario portugues“.

I dizionari sono i libri preferiti da chi ama imparare lingue, (come si diceva una volta?) straniere.

A me aprire quelle pagine dà un piacere immenso, che nessun tablet potrà mai portarmi via. Come nessuno mai mi porterà via la mia Meg, questo è matematico ormai.

Come sarà il mio ultimo viaggio? E chi lo sa? Certo quando Meg mi accompagnò al Martinsbrunn, e ci rimasi solo quattro giorni in fondo, chi sapeva quanto sarebbe rimasta chiusa questa valigia, la mia ultima valigia?

Come calcolare la durata di un viaggio? Non certo da quando sali in auto, o prendi il treno ed arrivi a destinazione. No. Un viaggio inizia da quando prepari la valigia, anzi da quando cominci a pensare a cosa mettere in valigia. Il viaggio inizia dentro di te. Ogni oggetto che scegli di mettere racconta qualcosa di te. Anche l’ordine con cui li hai sistemati conta e dice come sei, o come vorresti essere.

Fino a quando la disfi, di nuovo a casa, il viaggio non è veramente finito. Come certi viaggi poi risultino infiniti dentro di te rimane un mistero. Sono quelli che non dimentichi.

Questa valigia, questa bella valigia nera, molto pratica, con due cerniere robuste, di tessuto di marca, ha viaggiato, si può dire, dal sei ottobre di cinque anni fa, fino ad oggi. Cinque anni, tre mesi, e 7 giorni. Grazie Meg. E’ stato un tuo modo per non dimenticarmi, per lasciarmi ancora un po’ vicino a te.

Mancano due libri al mio elenco. Due libri importanti, che non volevo mancassero. Di sicuro li volevo segnalare a Meg. E forse anche a mio fratello Paolo. Anzi, sicuramente anche a lui.

Paulo Coehlo, “Sono come il fiume che scorre”, e Lee Masters, ”Antologia di Spoon River”.

Voi direte “due classici”, date le circostanze.

E allora, che c’è di male nei classici dico io?

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

Seguite il nostro podcast!

Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

L’ultimo desiderio del violinista

di Marina Michielotto

WallacevaligiaWallace salì sull’enorme nave, la gente gremiva la banchina del molo di Southhampton, ma riuscì ugualmente ad individuare madre e fidanzata, sorrise alle donne della sua vita; sarebbe passato del tempo prima che avesse potuto rivederle, l’assenza e la nostalgia avrebbero gravato sulla quotidianità del loro vivere ma la felicità del suo ritorno le avrebbe ricompensate. Prese il bagaglio a mano e si recò nella cabina a lui destinata. Posò sul letto la sua preziosa valigia musicale. Il pregiato cuoio dall’essenza maschile, le iniziali del suo nome elegantemente stampigliate, le maniglie morbide e, principalmente, il suo contenuto, la rendevano unica e preziosa. La aprì ed estrasse il terzo amore della sua vita: il violino regalatogli dalla fidanzata Maria e una cartella di spartiti. La musica era parte dell’essenza di Wallace, le note erano metafore in movimento che andavano a colpire sicure la tenera sfera dell’emozionalità. La sera stessa avrebbe suonato per ricchi passeggeri, doveva raggruppare la sua piccola orchestra e iniziare le prove. Dopo alcuni giorni di navigazione, Wallace era particolarmente felice. Anche se assunto come lavoratore, aveva un trattamento privilegiato da passeggero. Era stimato dai colleghi e ammirato dalla folla sofisticata del transatlantico. Viaggiavano sicuri sull’Inaffondabile, verso l’America, terra scanzonata e ancora giovane. Come al solto prese la sua valigia musicale e si recò al piccolo palco dove l’orchestrina si esibiva. Dopo alcune ore, si dedicò al pezzo conclusivo della serata, nel frattempo però qualcosa era accaduto: nulla di cui spaventarsi gli fu detto; il Titanic manteneva la sua rotta, ma venne chiesto di continuare a suonare per tranquillizzare i passeggeri. Passò a brani leggeri, impertinenti, che facessero muovere i piedi e sorridere. Scintille di musica volarono nell’aria, mentre Wallace lentamente comprendeva che la catastrofe era vicina. Ormai il panico si intrecciava alle melodie in un affastellamento poliedrico di suoni. Non c’era posto per tutti nelle scialuppe, il gelido oceano li attendeva per un ultimo abbraccio freddo e letale. Wallace, rimasto solo, strinse con forza il suo violino e, mentre la nave si inabissava, suonò il pezzo che amava di più: Nearer my God, to Thee:” Più vicino, mio Dio, a Te. Anche se fosse una croce…”. La melanconica, struggente canzone echeggiò nell’aria buia a rincuorare l’animo di chi restava, a rimanere impressa nella memoria di chi era già al sicuro nelle scialuppe. Quando l’acqua fredda gli lambì i piedi, Wallace ripose spartiti e violino nella sua preziosa valigia musicale, richiudendola con cura. La strinse al petto, di sicuro avrebbe conservato il suo amore, di sicuro avrebbe protetto i suoi sentimenti più belli, di sicuro…avrebbe….

Mesi dopo, il corpo del violinista fu recuperato, tra le sue braccia la rara valigia musicale gli aveva tenuto compagnia. Al suo interno tutto era integro. Il cuoio aveva rispettato l’ultimo desiderio di Wallace Henry Hartley, giovane direttore d’orchestra del Titanic.

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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