Archivio mensile:18 maggio 2021

Una valigia rossa

di Paola Gabrielli

La_valigia_rossaOsservo questa mia piccola valigia rossa, affamata di te, dei tuoi baci rubati tra le siepi di bosso giù in giardino, in attesa di essere riempita di quelle piccole grandi attenzioni che rendono viva la vita. E Il tempo si dilata all’infinito in questo attimo presente in cui i confini resi vivi dall’uomo, diventano sempre più labili, soffocati dalla neve che copiosa scende e ingoia avida, ogni cosa.

Così  mi ricordo di quel giorno in cui, con infaticabile zelo ho scelto di seguirti nel tuo folle volo. Perché amarsi è un po’ così: è come camminare sul filo del rasoio tra un sì, un no, e un forse non so.

Mi avevi detto che la tua vita era stata rotta da salti a balzi tra ostacoli taglienti che ti avevano ferito l’anima, poco la carne, anche se ancora ne porti vivi i segni, e che non riuscivi a coglierne il senso. Io ti avevo indicato la via, come un faro lampeggiante nel mare in burrasca, ma tu non riuscivi a vederla, o forse solamente accettarla, per quel tuo cieco attaccamento alle piccole cose del passato: il tuo piccolo mondo antico, fatto di abitudini ancestrali che si ripetono uguali giorno dopo giorno, perché questo ti faceva stare bene; in apparenza. Ti sentivi sicuro lì, e questo ti bastava. Ma non a me, che mi struggevo nell’ombrosa lontananza che rendeva quasi fioca la mia esistenza, se non per quel tenue filo di speranza che ancora mi legava a te, che giorno e notte mi martellava nel petto, nel ricordo dell’estasi provata. Non erano più i battiti del mio cuore quelli che sentivo, ma il tuo corpo farsi carne nella mia carne, nel grido di piacere che ci rendeva vivi, tu un dio, ed io una dea.

Anche quel giorno riempii fino all’osso la mia piccola valigia rossa. Ci misi tutto il necessario per il nostro folle viaggio. Così amavi definirlo, forse perché ci eravamo imbevuti fin dall’infanzia di favole antiche e miti d’eroi per riviverci un po’ più da vicino quel passato che non volevamo lasciarci alle spalle. Potevo forse essere io la tua Angelica? E tu il mio paladino Orlando venuto a riprendermi?

Sazia di contenuti, lasciai cadere da ultimo nella valigia, quel fatale completino di pizzo rosso rubino che mi regalasti a Natale. Me lo avevi voluto comprare nonostante sapessi della mia innata pudicizia a mostrarmi provocante nei tuoi confronti, per quella costante verecondia che mi portavo fin dalla fanciullezza e che mi bloccava nei tuoi confronti. Non sembra vero? Eppure è così. Ci sono cose che avrei voluto dirti, ma che non sono riuscita a dirti. E così, sono rimasta lì, quel giorno, sospesa a guardare nel vuoto, sapendo che avrei dovuto agire, senza però riuscirci; e per questo ora mi percuoto, mi detesto e mi umilio fino all’osso.

Cosa avrei potuto ancora infilare nella valigia, di così necessario al nostro folle viaggio? Qualcosa che servisse al tuo infinito desiderio di sapere, dico io, perché scendendo dalle stelle, hai deciso di allontanartene per creare il tuo Destino, proprio come me. Qualcosa che ci richiamasse alla mente l’origine del Tutto e che ci svelasse l’arcano mistero che si cela dietro all’apparenza delle cose. Io l’ho afferrato. Tu invece mi rispondesti: “Chi lo sa?”.

Stesi sulle mie labbra un filo di rossetto rosso corallo e mi guardai allo specchio, poi lo nascosi nella valigia con l’intenzione di non mostrartelo. Così non avresti potuto incolparmi di pretesa vanità nei confronti di altri uomini che tu guardavi con sospetto e una punta di malcelata gelosia. Poi, presi la clessidra che si trovava sul comodino e la strofinai ben bene; la rivoltai ed espressi un desiderio: Tret gorgiaj om SEO PG.

Mi ritrovai così ad attenderti alla stazione di Verona, mentre i treni sui binari sfrecciavano veloci fischiando ad ogni loro passaggio, a rammentarci che non c’era poi molto più tempo per aspettare ancora. Seduta sulla panchina mangiavo a strappi l’ultima mela rossa della stagione, rendendola a poco a poco un corpo a brandelli. Osservai il torsolo sdrucciolo tra le mie mani e ne provai un po’ di pena, pensando a come tutta la nostra vita sia alla fine ridotta così, al limite dell’esistenza.

Ti vidi da lontano avvicinarti a passo spedito nella mia direzione, fiero nel tuo portamento. Eri smagrito, e sul volto apparivano più segnate le rughe d’espressione lasciate dal tempo. Ma i tuoi occhi, no, fiammeggiavano lucenti come in gioventù, pregni  dell’ardore che ti portava a combattere. Ci abbracciamo fino a farci mancare il respiro per il troppo tempo che ci aveva visti lontani, piangendo io, un po’ di lacrime sulla tua vecchia maglietta nera che sapeva di buono. Come aveva potuto il Destino essere stato così avverso nei nostri confronti?

Tu sollevasti la mia valigia rossa e mi dicesti: “Partiamo per il nostro folle viaggio!”. Io chiusi gli occhi e presi la clessidra dalla tasca del cappotto. Poi la rivoltai. Improvvisamente le luci si spensero attorno a noi e non rimase ad accarezzarci l’anima che un mare fluttuante di emozioni colorate. Volavo leggera in cielo e tu mi tenevi la mano perché non scappassi via da te ancora. Ero un piccolo palloncino rosso, lieve e grazioso con un messaggio dentro di me da portare al mondo. E tu l’avevi sempre saputo, per questo avevi deciso di aiutarmi. Poi ti trasformasti in un’aquila e volasti sempre più su, tra le pareti scoscese dei monti che sempre avevi amato e un po’ sognato, allora come ora. Avevo paura di scoppiare e perderti per sempre. Sentivo il gelo ammosciarmi e rendermi sempre più debole, ma tu eri lì con me, ad incitarmi di non smettere di lottare, perché mi dicevi, non c’è vittoria finale senza perseverante ostinazione a raggiungere la meta. Ripensai a tutta la mia vita, a quello che avevo potuto fare e non fare, a quello che avevo deciso di modificare, perché a volte basta un attimo per perdersi e mai più riprendersi.

Un improvviso sparo lacerò l’aria e vidi schizzare del rosso sulla tua ala destra. Mi dicesti di continuare ad andare, mentre perdevi progressivamente quota, che ce l’avrei potuta fare. Come se il Destino non fosse già stato abbastanza crudele nei nostri confronti! Non lo volevo proprio fare, ma tu mi lasciasti andare, e io non potei che volare, con la gola in fiamme per le lacrime che non potevo versare.

Abbracciami amore mio
mentre il sole si specchia nella luna.
Un giorno quando le tue parole si fonderanno con le mie in un sussurro sospeso d’infiniti bagliori.
Domani
quando ci siederemo ad aspettare del buon vino e un pezzo di pane
e potrò finalmente accarezzare le tue rughe senza che il tempo ci possa mangiare.

 

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

Il mio stage presso il Touriseum

Foto_Eleonora_Tibaldo

Ho iniziato il mio stage presso il Touriseum il 21 dicembre; in una situazione difficile come quella dell’ultimo anno, tra decreti e lockdown, mi sono sentita davvero fortunata di aver avuto questa opportunità. Conoscevo già sia il Touriseum sia i bellissimi giardini che circondano il castel Trautmannsdorff, e pur avendo dovuto lavorare spesso in smartworking, ogni occasione in cui mi sono recata al museo è stata magica: i giardini silenziosi sotto la neve, il lago delle ninfee ghiacciato, camminare tra le stanze vuote del museo per raggiungere gli uffici nascosti.

Il Touriseum era già chiuso al pubblico quando è iniziato il mio periodo di tirocinio, quindi non ho preso parte alla “normalità” del museo. Ho potuto invece vedere come il team del Touriseum lavora dietro le quinte e come si prepara alla nuova stagione. Mi sono stati concessi molta autonomia ed è stato dato spazio per le mie proposte: aspetti che ho apprezzato e mi hanno motivata molto, non essendo per me la prima esperienza lavorativa.

Ho partecipato alla realizzazione del materiale per la mostra “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli”, come la traduzione dei comunicati stampa, e ho seguito la raccolta delle storie inviate al museo da Bolzano. In questa occasione ho potuto mettere alla prova sia le mie conoscenze linguistiche, sia quelle informatiche, imparando anche ad usare programmi che non conoscevo e lavorando alla registrazione e al montaggio del podcast. Studiando storia dell’arte, sono molto interessata anche alla storia, e molti dei racconti inviati al museo hanno tracciato degli scorci di storia recente estremamente suggestivi. Il progetto era talmente coinvolgente, che ho finito per scrivere una storiella anche io.

Durante la stagione invernale poi, il museo affianca l’istituto Gandhi in diversi progetti, due dei quali ho potuto veder svilupparsi. Il trilinguismo del Touriseum ben si sposa con gli indirizzi linguistici e ai ragazzi viene proposta la realizzazione di contenuti per e con il museo, aggiungendo a italiano, tedesco e inglese anche francese e spagnolo. Interagire con i ragazzi in didattica online è stata una sfida, ma l’ho accettata volentieri.

Fare ricerche, preparare il materiale per i progetti con la scuola, scegliere e raccogliere musiche e rumori di sottofondo per il podcast: ho potuto svolgere compiti vari e diversi, vivendo da vicino la realtà di un museo a porte chiuse. È stata un’esperienza molto più che positiva, di cui avrò sempre un bel ricordo.

Eleonora Tibaldo

Quando lei fa la valigia

Eleonora_Tibaldo_Illustrazione

di Eleonora Tibaldo

È sempre stata una precisina, questo lo posso garantire, fin da quando era piccola. Portata in palmo di mano dai suoi genitori e da me, figlia unica, comunque le è sempre stata affidata un po’ di responsabilità, nella misura che era in grado di gestire. Da bambina, si trattava di scegliere quali balocchi portare al mare, quali divertimenti infilare nella sua valigia formato mignon, che avrebbe tenuto accanto a sé sul sedile posteriore della macchina, durante il viaggio, e che avrebbe scoperchiato una volta arrivati a destinazione, per rivelare mille tesori: una bambola dalle guance rosee, i capelli ricci e rosso rame, come i suoi, insieme a vestitini di velluto e merletti; i serpenti di gomma, che una negoziante non voleva lasciarle comprare; un bel mazzo di matite colorate, tenute insieme da un nastro, proprio come fiori, e accompagnate dal fidato blocco o quadernino bianco, dove disegnava, scriveva, addirittura imbastiva, insieme alla mamma, un bel gioco dell’oca da fare insieme col papà in un giorno di pioggia, in cui in spiaggia non si poteva andare (le pedine? Farfalle di pasta). Poi ha avuto il compito di scegliere quali vestiti portare per sé, quando la bambina ha iniziato a crescere e ad avere opinioni e su quel tipo di decisione. Pantaloncini, magliette, il golfino per il fresco della sera; la mamma però aveva la sua lista sotto gli occhi e, anche se magari non sembrava, ha sempre supervisionato con occhio vigile l’ammucchiamento di varietà sul lettino della stanza, lista alla mano, per evitare che le ciabatte, o magari il costume da bagno, restassero a casa a far vacanza da soli. Che andassero via, mi è sempre dispiaciuto un po’, ma sono una signora indipendente e non glielo faccio pesare: fanno sempre in modo che ci sia qualcuno che venga a prendersi cura di me, finché loro non tornano. E poi sono abituata a stare da sola, durante il giorno: la mamma e il papà lavorano, e lei va a scuola. Io aspetto che tornino a casa e quando tornano, lo ammetto, ne sono proprio felice. Li aspetto davanti alla porta di vetro dell’atrio e quando mi vedono, i loro sorrisi li illuminano e sono sicura che mi vogliono bene. Ormai lei è cresciuta e a guardarla mentre fa la valigia, un po’ sembra la mamma: penna alla mano, spunta con estrema soddisfazione ogni voce che ha messo nella sua lista, scritta anche giorni prima della partenza, e tiene conto di ogni possibile evenienza. Ombrello, giacca a vento, phon – il padrone di casa assicurava che ci fosse, ma non funzionava, e alla fine aveva avuto ragione lei. Vorrei dire di essere cresciuta anche io, ma la verità è che sto diventando vecchietta: lei passa più tempo a casa e io mi sono abituata ad avere il lusso della sua compagnia. Non fingo di non soffrire quando vanno via: mi sento sola e chi viene ad accudirmi ha iniziato a non piacermi nemmeno un po’. Ho anche paura che non tornino, anche se questa casa in cui mi hanno accolta è loro; ho provato a entrare nella valigia, ma mi hanno scoperta subito, non so se per via delle orecchie che facevano capolino. Nelle ultime estati però, non vanno più in vacanza come una volta: quando lei non c’è, restano con me la mamma e il papà, e quando vanno loro al mare, resta lei con me. Ah, forse è ché sono diventata un po’ viziata, forse perché sono stata bisbetica quando non c’erano, forse si preoccupano perché non sono stata tanto bene, però… che bello. Quando a casa siamo io e lei, siamo sempre insieme: mi siedo vicino a lei sul divano, oppure prendo il sole quando legge in terrazza, e alla sera, quando è ora, mi metto sul suo letto e le faccio notare che, anche se la mamma e il papà non ci sono, è ora di andare a dormire per noi due. Quando a casa ci sono solo la mamma e il papà, mi comporto bene: sono buoni, mi coccolano e si prendono cura di me, fin da quando sono arrivata… ma quando torna a casa lei, dopo giorni che non la vedo, com’è bello! La valigia, che tanto ha occupato il suo tempo e i suoi pensieri prima della partenza, viene abbandonata in corridoio, come un relitto arenato, e lei è di nuovo tutta mia. Non la lascio più, anche se so che per un po’ la valigia se ne starà in cantina e non mi farà concorrenza: sono tutta fusa tra le sue braccia. Vorrei non andasse mai via, ma finché potrò, io sarò qui ad aspettare il suo ritorno.

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