Archivio mensile:29 giugno 2021

La valigia di Faya

di Pietro Marangoni

Ormai è ora. Il battere del cuore in gola aumenta ogni qualvolta guardo l’orologio. Vorrei che le lancette rallentassero. Magari, si fermassero.

Mancano ormai pochi minuti. Fra dieci, o poco più, la jeep di Ahmed arriverà. Senza perdere tempo caricherà la mia borsa e mi porterà all’aeroporto. Quello di Faya Largeau. In quel villaggio ai piedi del Tibesti, nel nord del Ciad, i militari francesi – ai tempi non lontani della guerra contro Gheddafi – avevano costruito tra la sabbia una pista per i loro caccia. Lì, in quella gelida mattina di gennaio, mi avrebbe atteso un aereo che mi avrebbe riportato in Europa. A casa.

Non c’è più tempo da perdere. Non c’è tempo per ripercorre con la mente il viaggio appena concluso. Devo riempire in fretta e furia la mia sacca rossa e farci stare tutto. E nel rispetto del limite imposto dei 15 chili da poter imbarcare in stiva. Un’impresa tutt’altro che facile. Devo, quindi, compattare bene il sempre ingombrante sacco a pelo. Devo mettere assieme la poca biancheria che ho portato con me e che, quando è usata, ingombra molto più spazio rispetto alla partenza, quando era tutta bella piegata. Devo trovar posto anche alla preziosissima tendina ad ombrello che mi garantisce indimenticabili pernottamenti all’ hotel de “La belle étoile”. Considerando poi che la giacca-piumino la tengo addosso e che tutto il materiale fotografico, macchina, obiettivi, batterie, lo ripongo nello zainetto “a mano”, il borsone è già stracolmo. La cerniera non riesce quasi a chiudersi. Devo però trovare assolutamente lo spazio per sistemare il … “tesoro” che ho trovato e che ho deciso di portarmi a casa. Sì, sarà ancora una volta la mia sempre abbondante busta dei medicinali a doversi… sacrificare. Resterà a Faya. Per qualcuno anche una sola compressa di ibuprofene, un antidolorifico, un antidiarroico, una boccetta di preziosissimo collirio, costituisce pur sempre un inatteso e insperato sollievo. Ecco: lo spazio per il mio “tesoro” c’è. Evviva!

Il “tesoro”? Si tratta di due grandi piatti di paglia secca intrecciata e decorati con stoppie più scure e una bordatura di sottili fettucce di pelle. Due capolavori! Me li aveva offerti una ragazzina, che viveva di nulla (e nel nulla), al bordo del più azzurro dei laghi di Ounianga. L’avevo incontrata mentre se ne stava rannicchiata sulle sue ginocchia coperte dal suo ampio velo colorato. Davanti a sé aveva alcune altre cianfrusaglie e un paio di collanine dai vetrini colorati che aveva pazientemente infilato nelle sue – credo interminabili – giornate trascorse in quel luogo tanto meraviglioso, quanto desolato e isolato. Forse stava solo giocando, come fanno tutti i bambini, a fare “il mercato”. I suoi occhioni mi dicevano che sarebbe stata felice se avessi “giocato” anch’io. Il suo sguardo dolce e rassegnato implorava un’offerta per le sue mercanzie. E quando le porsi alcune banconote verdi, di cui non conosco neppure il valore tanto somigliavano a quelle inutili del Monopoli, i suoi grandi occhi si sollevarono lentamente per guardarmi e, d’improvviso, si riempirono di sole. Incredula, ghermiti fulmineamente i danari, con uno scatto felino, si è alzata ed è fuggita verso la sua casa di fango secco.

Sì, quei due vassoi di paglia dovevano starci assolutamente. E dovevo riporli nella mia borsona rossa in modo che non si rovinassero. Erano l’essenza di quel mio viaggio nel deserto. Dovevano arrivare a casa intatti, a testimoniare che la bellezza si riesce a trovare ovunque. Quei due piatti di paglia mancavano nel mio personale “museo dei ricordi”. Facevano parte del bagaglio della vita.

 

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

 

 

Le valigie da Racalmuto

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di Silvana Vitello

Era il 1956 e io allora ero una bambina, avevo solo cinque anni. Mio papà era stato a Bolzano, con le mie sorelle maggiori, per cercare lavoro e una casa; noi altri eravamo rimasti in Sicilia, ad aspettarlo. Aveva portato con sé una valigia piena di minerali, che venivano dalla miniera di zolfo di Racalmuto, dove lui lavorava. Le mie sorelle avevano trovato lavoro in un magazzino, e mio papà vendeva i minerali. Aveva anche trovato una casa, grazie a un parente che abitava già a Bolzano.
Così partimmo anche noi, in treno: io, con i miei genitori e gli altri miei fratello. Lasciammo il nostro paesino dell’entroterra siciliano, lo stesso dove era nato Sciascia.
Mi ricordo ancora le nostre valigie: tenute chiuse a stento, legate con delle corde, e dentro non solo i nostri averi, ma anche le speranze e le aspettative per il nuovo inizio che ci attendeva, così lontano dalla nostra casa.
Un viaggio lunghissimo, e faticoso, ma allo stesso tempo bellissimo: la prima volta in treno, la prima volta in viaggio, la prima volta che vedevo così tanti luoghi nuovi e diversi, anche se scorrevano fuori dal finestrino. E il mare! Vedere il mare, che luccicava sullo stretto di Messina, per poi entrare nel traghetto a bordo dei vagoni e uscirne già in “Italia”… in Calabria, sulla terraferma.
C’era con noi una valigia speciale, che non posso dimenticare. Il mio papà la tirò giù dalla rete sopra i sedili e la aprì: dentro c’erano tantissime golosità, frittate, formaggi, pagnotte fresche. Profumava di buono e di casa. Arrivammo a Bolzano, un mondo nuovo e diverso per noi.
Sono cresciuta a Bolzano, e qui sono rimasta, ma non ho mai dimenticato la terra in cui sono nata e la mia vecchia casa.

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La valigia per la mente

di Gabriella Guizzardi

Sono sempre stata una lettrice ostinata! Fin da bambina, ogni occasione per leggere era buona. Leggevo durante le ore di lezione più noiose, attingendo al piccolo scaffale che si trovava, per mia fortuna, proprio accanto al mio banco. Leggevo i libri di mio fratello, più grande di me di quattro anni. Leggevo i romanzi a puntate, quelli pubblicati all’interno delle riviste di moda che mia madre comprava. Così a undici anni, in piena estate, già leggevo Guerra e Pace, nell’attesa di poter scendere in cortile a giocare.
Questa mia passione è rimasta inalterata nel tempo, foto_valigia_Gabriella_Guizzardipassando attraverso i più vari stili e scrittori. La mia cara zia Edmea era abbonata al Reader’s Digest, romanzi digeriti e riassunti per lettori frettolosi ed io regolarmente saccheggiavo i suoi scaffali, imparando a conoscere i grandi romanzieri americani e non.
Il colpo di fulmine dopo la maturità fu la scoperta di un genere nuovo per me: la fantascienza; con la lettura della trilogia di J. G. Ballard Deserto d’acqua, Vento dal nulla e Condominium; risultato: amore a prima vista. Da allora durante ogni mio viaggio in treno per recarmi all’Università o per tornare a casa, era sempre accompagnato da almeno un libro nuovo. Per mia fortuna esistevano le edizioni economiche e splendidi mercatini di libri usati e tutte le biblioteche nelle mie vicinanze sono sempre state esplorate con cura.

Ancora oggi, che il tempo da dedicare alla mia passione deve fare i conti col lavoro, la famiglia, la casa e le amicizie, la prima cosa a cui penso nel momento in cui preparo la valigia per partire è: “cosa di bello leggerò durante questo viaggio?”. L’estate soprattutto è sempre stato il momento migliore e le vacanze al mare in particolare. Così nel tempo, siccome la lettura è una passione condivisa in famiglia, la valigia dei libri è diventata una valigia autonoma, i libri non si possono mescolare ai calzini e nemmeno ai costumi sabbiosi nella valigia del ritorno. Sempre viene preparata con cura una piccola valigia a parte robusta, resistente, che non abbia paura dell’acqua in cui tutti noi mettiamo i nostri desideri di lettura, facendo attenzione che ci sia posto per tutti.

Cos’altro posso aggiungere? Beh, ovviamente porto gli occhiali…

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