Archivio mensile:30 luglio 2021

Una voce nel castello

Andy_Odierno

La mia esperienza al Touriseum è stata senza dubbio accolta, inizialmente, da un certo stupore da alcuni membri dello staff, dal momento che ero un tirocinante un po’ “stagionato” se rapportato alla media di ragazzini che venivano regolarmente ogni anno per fare alternanza scuola-lavoro o giovani laureandi in materie inerenti al mondo museale. Io sono entrato in questa struttura per una via diversa, un corso come collaboratore museale finanziato dal Fondo Sociale Europeo, frequentato durante la stasi mondiale dovuta alla pandemia. Una sorta di arricchimento personale finalizzato a comprendere meglio un settore che mi ha sempre incuriosito. A corso concluso dovevo scegliere una struttura e il primo nome della mia lista era proprio quello del Touriseum, un piccolo gioiello incastonato tra la natura e la cultura, un museo tra le colline, ma tutto sommato molto vicino alla mia città, Merano. Mi era già capitato di visitare più volte il museo e l’intero complesso botanico  di Schloss Trauttmansdorff da quando è stato fondato e i ricordi erano a dir poco piacevoli. Il contesto era ed è quanto di più invidiabile ci possa essere, anche per una provincia curata come la nostra. Pertanto, perché non provare a lavorarci per un mesetto? Dopo un breve colloquio molto positivo con la responsabile della mediazione Ruth Engl, la quale era ben disposta ad accogliere l’iniziativa del tirocinio del mio corso, la mia esperienza ha avuto subito inizio senza problemi. Il focus del mio tirocinio sarebbe stato quello di sfruttare le conoscenze acquisite durante le fasi teoriche del mio corso, nonché la mia esperienza nel mondo artistico e i miei variegati interessi culturali. Mi è stato dato l’incarico di sviluppare e curare un progetto legato alla mostra temporanea sulla storia delle valigie. Nella fattispecie si trattava di un ciclo di racconti sotto forma di podcast, con pubblicazioni settimanali sul blog del sito. Il mio compito consisteva nel contattare gli aderenti al progetto, fissare appuntamenti, far registrare le loro storie, montarle, mixarle e musicarle uniformemente al trend editoriale del progetto. Talvolta capitava che registrassi personalmente le storie, compito che mi dava molta soddisfazione. Sebbene non avessi mai utilizzato quei programmi o eseguito tali operazioni nel dettaglio, le mie precedenti esperienze in ambiti analoghi (cinema) mi hanno permesso di apprendere e migliorare con notevole naturalezza, a tal punto da ottenere risultati incoraggianti e arricchenti per il progetto. Così trascorrevo la maggior parte del tempo, tra lavoro individuale e gestione degli ospiti. In talune occasioni venivo anche impiegato per sostituzioni presso la reception, in cui mi occupavo di accogliere i visitatori, dando loro le indicazioni, e la gestione dello shop. Queste ultime attività erano sicuramente molto meno interessanti e non le svolgevo molto volentieri, ma fortunatamente non capitavano spesso e nei tempi morti mi tenevo comunque impegnato con la lettura e la correzione dei testi da pubblicare per il progetto “storie di valigie”, oltre che dell’aggiornamento della tabella di marcia e altre operazioni d’ufficio (come traduzioni). Se le mie alte aspettative sulla qualità della location sono state completamente rispettate, sono rimasto piacevolmente impressionato anche dai colleghi. La sfera umana è senza dubbio al livello della sfera naturalistica, a conferma che la bellezza dell’ambiente rende migliore anche chi ci lavora, e viceversa! Quella del Touriseum è una comunità compatta, che comunica tantissimo e che ha saputo generare un sottobosco di piccole consuetudini (ad esempio la pausa caffè come espediente di debriefing) tali da rendere saldo il rapporto di ogni suo componente, senza distinzioni di ruolo, titolo di studio e funzione all’interno della struttura. Tutti parlano con tutti e anche i nuovi arrivati vengono immediatamente integrati nel gruppo. Insomma, al Touriseum ci si conosce tutti subito. Non è una cosa per nulla scontata all’interno di una azienda e ciò mi ha fatto una bellissima impressione. Naturalmente i contrasti ci possono essere, come in tutte le realtà lavorative, ma in generale è sempre molto palpabile la democrazia e il rispetto tra le persone prima di ogni cosa. Magari fosse così ovunque! Una figura chiave è indubbiamente quella di Ruth, da considerarsi come la “mamma” del Touriseum, una donna che ha visto nascere il progetto e che ne rappresenta l’ossatura e memoria storica. Nonostante la sua lunga carriera ed esperienza, tale da accentrare un rispetto paragonabile a quello di una direttrice de facto, un punto di riferimento, lei continua ad essere un giovane motore creativo, che trasmette entusiasmo a tutti e che dà a tutti il giusto spazio e la giusta fiducia per rendere al meglio. Insomma una donna che volentieri accetta di collaborare con ragazzi giovani, per trovare in essi la freschezza di essere una leader sempre pronta ad aggiornare l’offerta culturale del museo. Pertanto devo ringraziare in primis lei per l’autonomia e per gli incoraggiamenti che mi ha dato e poi naturalmente anche tutto il resto dello staff, che ha reso questa esperienza molto gradevole e indimenticabile. Per differenti vicissitudini il mio futuro sarà probabilmente lontano da questa struttura, ma non nego che se dovesse esserci una possibilità di tornare in veste ufficiale, prenderei seriamente in considerazione la cosa, poiché, in un certo senso, il Touriseum mi ha lasciato dentro qualcosa di permanente e spero di aver fatto altrettanto. Ritengo che gli addii siano sempre troppi tristi e sopravvalutati, sia se si confermano tali, sia se alla fine non lo sono, dunque considero questo testo conclusivo più come un arrivederci…e grazie di tutto!

 

Andy Odierno

Nolente o dolente

di Gabriella Venezia

La valigia era pronta. Io invece no. Ero vestito, ma nella mia mente stavo male. Mi chiedevo chi me l’avesse fatto fare. Mesi prima la donna della mia vita mi aveva proposto di fare un viaggio in Egitto. Dapprima ero rimasto sorpreso, ma poi come al suo solito era stata così persuasiva al punto da convincermi quasi subito. In seguito non ci avevo più pensato. Fino a quella mattina.

FotoGabriellaVeneziaA colazione non riuscivo proprio a mangiare. Lo stomaco era chiuso e avevo una leggera emicrania. “Io non parto, non sto molto bene”. Lei aveva continuato a sorseggiare il suo tè. Sapevo che stava riflettendo. Ponderava come rispondermi. Era sinceramente dispiaciuta che mi sentissi male. Aveva cercato di mettersi nei miei panni.

“Mi dispiace, capisco che tu non voglia più partire, ma almeno accompagnami all’aeroporto”. Mi aveva spiazzato. Ero sempre più disperato, mi sentivo tra l’incudine e il martello, tra il mio malessere e il suo benessere. Come potevo venirne fuori? Sacrificare me stesso o il nostro rapporto? Già, alla fine la posta in gioco era alta. Per noi era un viaggio importante, un anniversario a cifra tonda da celebrare in modo speciale.

Lei mi conosceva. Alla fine avevo deciso di assecondarla fino all’aeroporto e intanto di prendere tempo. In auto avevo caricato solo la sua valigia. “Scusa, carica anche la tua, magari durante il tragitto cambi idea”. Lei ci sperava sul serio. Io ero convinto del contrario.

In modo pacato e rassicurante mi aveva persuaso a seguirla con la valigia fino a Roma. Il biglietto era pagato, sarebbe stato un peccato non usarlo. Una volta arrivati a Fiumicino l’aeroporto era così grande e il volo fino al Cairo era in partenza dopo poco, che avevamo avuto solo il tempo di raggiungere il gate.

Io e la mia valigia l’avevamo seguita non solo fino al Cairo, da lì eravamo ripartiti dopo pochi giorni per Luxor, da dove sarebbe iniziata la nostra crociera sul Nilo fino ad Assuan. L’unico volo che ci eravamo risparmiati era stato quello ad Abu Simbel. Solo perché non c’era più posto. Per raggiungere uno dei siti archeologici più incredibili del mondo avevamo utilizzato un’auto privata. Ne era valsa la pena.

Io che ho paura di volare e che fino a pochi anni fa non avevo mai volato, in meno di 10 giorni ho preso 8 aerei. E se all’inizio del viaggio avrei voluto strozzare la mia dolce metà con tutte le mie forze, alla fine non ho potuto fare altro che ringraziarla. Anche lei però avrebbe voluto strozzare me quella mattina. Me lo confessò al rientro in Italia.

 

Ogni setttimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

La pilotina e la ragazza green

ItaloGhirigatoValigia

 di Italo Ghirigato

Che buffo. Trolley, valigie, borsoni tutti ben assortiti rispetto ai loro proprietari. Come a volte succede per i cani. Piazzato sotto i finestroni della sala d’attesa della stazione di Bologna, Christian osserva il via via dei viaggiatori come fa un gatto su un davanzale per ogni passante sulla strada. Un trolley d’un colore indefinibile, tra carta zucchero e latte in polvere, viene tirato da una donna dal viso slavato, con una t-shirt bianca su jeans scoloriti. Una specie di baule corazzato con un teschio dorato sullo sfondo nero occupa un sedile accanto a un ragazzo dalla testa rasata e una barba scura a pelo corto. Una valigia che pare di legno e con una rotella bloccata viene trascinata da un anziano con un abito beige fuori misura. Il borsone blu con la scritta Albatros saltella sulle spalle di un giovane che attraversa la sala a grandi falcate. Non mancano zaini, naturalmente, tra una scatolina giocattolo indossata da una bambina e dei sacconi gonfi e di vario colore portati da una coppia di escursionisti dai visi abbronzati e sguardi persi in avanti.

Christian guarda il suo trolley e la sua pilotina. Ambedue di color nero. Pezzi di marca. Pagati in svendita a metà prezzo. Sì, anche i suoi bagagli si accompagnano giusto a lui. Ritorna quindi con lo sguardo sui monitor all’entrata, accanto alla buca sul pavimento. Il suo treno ha un ritardo di trenta minuti. Un caschetto biondo passa sotto i monitor e vira poi verso l’interno. Compie una specie di passeggiata tra i posti, guardandosi attorno. Poi si siede proprio alla sua sinistra. Posando la sua pilotina nera davanti al posto libero tra loro. Gli sorride. Ha due occhi lievemente a mandorla con pupille nere. Porta una T-shirt verde prato, con la scritta GO GREEN e una gonna di jeans. La pilotina non le corrisponde. Tra l’altro è uguale alla sua. Stessa marca. Lei non lo molla con lo sguardo mentre lui rimane con gli occhi sulla pilotina. C’è un ciondolo con inciso un cuore e un nome sul gancino della cerniera: Christian. È la sua pilotina! Rubata in quella stessa sala un mese prima. Una scarica elettrica gli attraversa il corpo. Lei sembra accorgersi dell’agitazione che l’ha preso. Di nuovo gli sorride mentre lui gli pianta gli occhi addosso.

«È la sua?».

«Sì»

«Finalmente… È stato mio fratello, vero?».

«Un mese fa avevo dato in consegna i miei bagagli a un ragazzo per una mia urgenza…».

«E lui s’è preso la pilotina… Porta a casa un sacco di roba».

«Droga?».

«Cleptomania».

«Ma la pilotina lei la sta usando».

«C’è tutto quello che ha lasciato. Sono venuta qui più volte sperando di incontrarla».

Christian scuote la testa, ma la ragazza continua.

«Volevo restituirla al proprietario, ma non c’era un indirizzo, un numero di telefono. Solo quel nome sul ciondolo. Allora mi sono permessa di aprirla».

«Eh, sono un docente e ci tengo schede didattiche e materiale per le mie lezioni, mini-casse acustiche, prese, fili elettrici, pennarelli…».

«Si, ho visto e ho capito che insegnava economia all’università, qui, a Bologna. Ho immaginato che fosse un pendolare e quindi che potessi un giorno ritrovarla qui alla stazione».

«Non ci posso credere».

«Sa, insegno anch’io economia. Alle superiori. Ma sono all’inizio e poi mi piace parlare di economia sostenibile».

«Ah, ecco il motivo della scritta…».

«Leggendo le sue schede, mi sono resa conto che in aula lei usa metodi molto particolari. Mi piacciono. Me li potrebbe insegnare?».

«Senta, il mio treno sta partendo e non riesco a portarmi via un altro bagaglio… Ci possiamo incontrare qui la prossima settimana?». Le allunga quindi un suo biglietto da visita.

«Ok professor Christian, io sono Maria Luisa».

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