Archivio mensile:21 settembre 2021

STORIE DELLA MIA VALIGIA

Feller_valigia

di Elisa Feller

Mi aspettava ogni fine settimana e in ogni momento utile.

Solitamente mi accompagnava lungo il tragitto che durava tre ore, piene di attesa e desiderio, di pensieri beati, sapendo che, una volta raggiunta la mia meta, avrei vissuto in paradiso. Erano i giorni dell’amore.

Era sempre pronta e bastavano pochi oggetti, perché non servivano vestiti, non servivano accessori, non serviva nulla di più che l’attesa e il piacere del viaggio.

Era quindi leggera-leggera e si prestava a qualsiasi trasporto: preferivo il treno – tre ore di immersione nei miei sogni – oppure il più scomodo pullman. Talvolta usavo la macchina, un viaggio più rapido ma più rischioso. Ma con quella valigia avrei potuto affrontare qualsiasi pericolo, qualsiasi avversità, perché conteneva il mio cuore e il desiderio.

Ogni tanto c’erano mete diverse: le vacanze spensierate che facevano durare i sorrisi per tutto il giorno; gite in città d’arte dove si andava a caccia di curiosità e storia; escursioni in luoghi naturali, dove ci si lasciava andare alla bellezza e all’incanto. In quelle occasioni la mia valigia pesava un poco di più, perché al cuore, si accompagnavano le emozioni e i ricordi di attimi perfetti.

Ci sono stati anche viaggi più impegnativi, all’estero, in luoghi che evocavano la storia dell’uomo e della civiltà. Quante belle cose abbiamo visto: l’incredibile mondo ci offriva meraviglie che ci lasciavano a bocca aperta e ci facevano sentire piccoli di fronte allo splendore che esprimevano e ci facevano sentire fortunati per aver avuto l’occasione di assistervi. Allora la mia valigia si riempiva di curiosità e riconoscenza, che assieme al cuore, alle emozioni e ai ricordi portava con se pure intense esperienze e un pizzico di conoscenza in più, di consapevolezza.

Infine ho usato ancora quella valigia, ma era diventata improvvisamente pesante, difficile  da trascinare, ma indispensabile: conteneva sempre il mio cuore pulsante, il desiderio, i ricordi erano intatti, ma le emozioni si erano estese, sconfinando nel campo della preoccupazione, del dolore; la consapevolezza duramente mi metteva al corrente dell’abbandono ormai  imminente, le emozioni si erano tinte di scuro, piene di tristezza.

La mia valigia ad un tratto non serviva più: i viaggi, le gite, le vacanze…

Quei viaggi, quelle gite, quelle vacanze erano finite per sempre, perché chi mi accompagnava era partito per un viaggio più lungo, senza ritorno e dove le valigie di certo non servivano.

Io rimanevo ad un tratto senza mete, senza direzioni da prendere, senza progetti. Ma lì, davanti a me, dentro di me, c’era ancora la mia valigia. Mi sembrava inutile, superflua.

E invece conteneva i ricordi, diventati ancora più preziosi, e da questi venivano fuori sorrisi, ventate di felicità che la mia valigia aveva conservato intatte e che mi restituiva ora per farmi respirare. Veniva fuori ancora amore, perché non se n’era andato, aveva solo cambiato forma e le emozioni, velate da malinconia, riportavano alla riconoscenza e all’incanto di aver vissuto comunque e di aver avuto modo di viaggiare con la mia piccola valigia, perché piena solo di un cuore che tuttavia continuava a vivere e ad amare, per sempre.

Ogni settimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

I ragazzi con la valigia

Valigia_Bagna

di Nicola Bagna

E’ il dicembre 2019 e vedo per la prima volta le Dolomiti. Una montagna sovrasta Corvara, il Sassongher. Lontana, avvolta da nubi. Solitaria soprattutto. Dall’altro lato il Col Alt. Meno ripido, più dolce a modo suo. La prima cosa che viene in mente è la neve. Ma forse ci si dimentica delle curve: per arrivare a Corvara ci sono le curve che si arrampicano, s’inerpicano, si destreggiano come un piccolo bruco che affronta una foglia. Si dondolano lisce e aspre e feroci e insicure. Sono loro il primo approccio con le Dolomiti.
Corvara è fredda e sento l’altitudine. Mi sembra di avere il fiato corto e un leggero senso di ottundimento. Cerco l’Hotel La Perla. Ho una grande valigia con me.
La valigia. Siamo i ragazzi con la valigia. Ci chiamano in diversi modi; i miei amici a casa dicono “stagionale”, mia madre dice “tu lavori a pezzi di anno”.  Nessuno però ha capito la scelta di essere “unoconlavaligia”. Ho sempre voluto lavorare nell’ospitalità e ho sempre desiderato questo lavoro. Ho fatto la mia valigia, l’ho riempita e ogni volta che un pezzo di anno è volato questa valigia è più piena.
Le montagne. Le montagne e la loro strana presenza. Mi giro attorno e vedo cime, pennacchi di neve le ricoprono, sono belle come la vita, sembrano dure e aspre come la vita stessa. Sento la gente parlare. Non capisco, è strano sentire una lingua e non comprendere nulla. Il ladino è affascinante, ha la sua storia, la sua vita e si studia e si usa quotidianamente qui nelle valli. E’ identità, vita, cultura. L’ho messo con le altre cose in valigia.
Incontro molta gente al lavoro. Molti di loro sono colleghi nelle avventure di questo strano lavoro che è l’accoglienza. Non parlo di turismo, no! Io lavoro nell’accoglienza, saluto la gente che arriva in Casa, me ne prendo cura, mi preoccupo che stiano bene davvero! Per me non sono solo turisti! Imparo tanto sia dagli ospiti, sia dalle persone che mi circondano. Ci sono storie di vita che libri interi non basterebbero a contenerle: tutte diverse, tutte matte, tutte strane, nessuna vuota. Io le metto da parte in valigia.
Le Dolomiti spesso mi spaventano, perché sento che hanno un’anima. Mi sembrano vive, non semplice pietra e capisco adesso il rispetto e l’orgoglio che chi abita queste valli ha di essere “un ladino”.
Perché se il mare è di molti, e la terra di tutti, pochi possono vantare questo rapporto con una natura così difficile e bella contemporaneamente, pochi possono vantare questo attaccamento viscerale ad una realtà che è unica e che non può fare a meno di contagiarti.
Corvara mi ha accolto come una casa nuova, a me con la mia valigia piena di pezzi di anni. Casa La Perla è una storia di vita, di una famiglia che accoglie non solo ospiti, ma anche una famiglia sterminata di collaboratori. Siamo quasi in cento e quasi tutti con la valigia. Si creano amicizie, e anche amori, matrimoni e bimbi.  Ci sono amici e amici che sono fratelli. Tutti con una valigia nel nostro alloggio. Ognuno regala un pezzetto di sé agli altri.
A distanza di un anno la mia valigia è sempre più piena e ho ancora tanto spazio.

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LA VALIGIA DEI DESIDERI

di Riccardo Tontaro

Una lettera? A quest’ora insolita, mah, pensai tra me e me… Doveva essere proprio una razzo a mandata importante: era stata spedita, solo tre minuti prima, dalla Svezia. Carta filigranata con francobollo di un paio di metri quadri leccato da poco e ben spiaccicato su una busta dalla quale uscì un foglio delle dimensioni di una tovaglia per tavolo da dodici. Era un invito. E che invito! Poche righe di inchiostro, raggrumato in una calligrafia che sapeva d’antico, dicevano che avevo vinto il premio Snobbel per la letiradure. Il premio Snobbel, hai capito, ripensai tra me e me. Ma la sorpresa, in quell’attimo di tronfiezza, si lasciò subito ammaliare dal panico: non avevo lo smoking. Mi fiondai quindi, nonostante l’ora tarda, da Ginetto il fighetto del borghetto, un trappolotto di uomo alto un metro e mezzo, cappello compreso, ma dalle maniere altamente raffinate, il quale, senza farsi pregare più del dovuto, aprì la sua vecchia valigia da mago, custodita nel sottotetto di quella sua casa periferica e suburbana, ed estrasse un vestitino lievemente appariscente. Ma comunque di smoking si trattava. O quello, verde ramarro fosforescente, o niente. Lo presi. Presi in prestito anche la camicia con il collo a beccuccio, un papillon a pois riannodato di recente e una coppia di gemelli di otto mesi, nel senso che erano alquanto grandicelli per i miei gusti. Ginetto fu così cortese da accompagnarmi alla stazione, salii – senza alcun biglietto – sul treno dei desideri e via!

Con me, impoltronato mica poco, quel treno non viaggiava su binari regolamentari, sfrecciando a tutto vapore verso la nordica destinazione. Mi avevano riservato un’intera carrozza, piena zeppa di cosette curiose. Ero solo, nessuno mi squadrava, nessuno mi controllava, e potevo toccare tutto, senza essere sgridato. Tanti oggetti, mai visti prima. Dischi, in vinile, che bastava solo guardarli e suonavano la musica che più ti piaceva, cuscini soffici per sogni d’oro, sor­prese con dentro l’ovetto, salsicce cicce che colavano di gioia, crauti gelosi che ne volevano un po’ anche loro, sole caldissimo in formato tascabile da usare al bisogno, pezzettini di cielo di ogni blu trapuntati di stelle di gomma, che quando cadevano rimbalzavano di nuovo al loro posto, lune in formato mignon, di quelle che ti fanno venire un friccico nell’anima, fiori, prati, mari da tuffarcisi dentro nudi, maschere che si scioglievano per cui non serviva mettersele, ampolle di libertà come l’aria incondizio­nata, boccette di pace intelligente, flaconi di pazienza per non ipocriti, pennelli colorati che dipingevano da soli, libri di favole parlanti, penne con l’inchiostro che da macchia si trasformava in parole di magia, fiori danzanti e vasetti di vetro colorati con dentro delle piccole stelline, con etichetta che diceva, a voce, “Aprimi”. Chiaramente, li aprii tutti, tutti quanti… Il soffitto a volta della carrozza si trasformò seduta stante in un piccolo firmamento. Rimasi incantato a guardarle per ore, volteggiavano così felici, le stelline mobili. Ma il loro posto, pensai, non è dentro una carrozza del treno, anche se era quello dei desideri. Allora aprii il finestrino e, una a una, le feci scivolare fuori, nel cielo, che quello è il loro posto. E, mentre mi guardavo i palmi delle mani, pieni di granellini luccicanti, mi accorsi che dagli altri finestrini uscivano dei retini. Solo che non erano farfalle quelle che stavano raccogliendo, erano farfallettere. Ed erano i retini dei poeti quelli che catturavano le parole, quelle più belle, e degli scrittori, che acchiappavano le frasi più incantevoli di sempre per metterle in fila, insieme a qualche sensazione da brivido, nei loro racconti. Di quelle farfallettere ne raccolsi qualcuna anch’io: sono dentro queste poche righe che ho, vanitosamente, “scritto”. Che sarebbe sufficiente sfogliare una qualsiasi cosa “scritta” nei primi del Novecento per farmi subito volare molto basso. Ad esempio, queste poche righe di Louis Ferdinand Céline (Viaggio al termine della notte, 1932): “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.

Ma questo è il bello, e il difficile, dello scrivere e del leggere: si può viaggiare con qualcun altro nel suo viaggio? Penso di sì, anche se la stessa vita, talvolta, ce le tira dure – “delusione e fatica”: basta solo aprire una valigia, o un libro, o un quaderno di pagine ancora bianche. E partire…

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