Archivio mensile:30 novembre 2021

UNA VALIGIA PER AMORE

Valigia_Avanzini

di Celestina Avanzini

Ero delusa: nonostante mi trovassi in una posizione di prestigio, nella parte centrale della vetrina, il negozio di borse e valigie si era trasferito in periferia. Di fianco c’era un bar malfamato, con avventori che “battevano il fante”, tra un bicchiere di rosso e l’altro e un via vai di personaggi che scendevano da macchine di lusso per concludere qualche losco affare. Di fronte, frequentata da mamme con bambini, stavano una gelateria e di lato un cartolaio fornito per la scuola elementare.

Non ero una valigia di gran lusso, ma di tendenza: misuravo 65 x 45 x 20, di tessuto leggero, impermeabile e cangiante, di un grigio luminoso con cerniere e rifiniture di color azzurro smeraldino. Pensavo: “Sono un Trolley di marca e mi si può trasportare anche orizzontalmente, con una comoda maniglia imbottita. Chi mi avrebbe mai scelta?”

Passava di lì, con una bambina per mano, una giovane signora dai capelli ramati e grandi occhi azzurri. Mi sentivo osservata, la signora si era fermata pensierosa a guardarmi. Avrei tanto desiderato che mi scegliesse, poiché il mio sogno era quello di viaggiare.

“Forse sono troppo ingombrante, o forse no” mi dicevo, ma non avrei mai voluto accompagnare una volta l’anno una chiassosa famiglia al mare, per poi passare i restanti mesi in cantina.

Un pomeriggio d’inizio marzo la signora entrò e, puntando gli occhi su di me, chiese il prezzo. Me ne andai con lei, non per i viaggi che sognavo , ma per vivere fra Bolzano e Firenze.

La signora si preparava con cura per andare a Firenze, indossava una giacca inglese del colore delle mie rifiniture, golfini, camicette e gonne dal celeste al blu. Mi riempiva di vestiti orientali, scialli e biancherie intime fantasiose. Infilava libri, album da disegno, colori, scarpe e cappelli.

La mia bella signora era innamorata di un fiorentino, che la sapeva sedurre, portandola nelle mesticherie, dove si potevano odorare i legni, comprare le polveri per creare il colore ad olio e carta fatta a mano.
In un letto di una stanza tappezzata da aironi o sui tavoli della mensa della facoltà di scienze politiche, consumavano la passione che li aveva travolti.

Un giorno d’agosto, mese tragico per quell’amore che si stava lacerando, salimmo a Bolzano in una carrozza di prima classe, dietro la motrice. A Verona il treno solitamente sostava circa mezz’ora, quindi ripartiva invertendo la direzione di marcia.

Tutto sembrava si svolgesse regolarmente, ma destatasi dal torpore estivo, la signora si accorse che il paesaggio intravisto dal finestrino non era quello conosciuto. Allarmata cercò il capotreno e seppe che il vagone di prima classe era stato attaccato al locomotore per Trieste e che per raggiungere Firenze avrebbe dovuto cambiare a Padova, prendere una linea secondaria per Rovigo, Ferrara, Bologna e da lì salire su un treno per Firenze.

Eravamo da sole nello scompartimento , io sul portabagagli e lei seduta di fronte. Nei pressi di Ferrara, immaginate il panico, entrò di scatto un giovanotto a dorso nudo che impugnava un grande coltello da macellaio, si sedette sotto di me, spaventando la signora… si alzò, mi afferrò, mi aprì e incominciò ad estrarre alla rinfusa il contenuto… abbassò il finestrino, quel tanto che io potessi passare e iniziò una sorta di monologo minaccioso con la mia padrona… prendeva un indumento, lo sporgeva di fuori e fingeva di lasciarlo cadere…

Mentre la signora lo pregava, con fare gentile, di non privarla dei vestiti, il gioco crudele proseguiva, il ragazzo mi aveva svuotata e faceva il gesto di buttare fuori anche me.

Rapidissima la mia padrona sgusciò fuori dallo scompartimento e mi lasciò sola. Furono 10 minuti di terrore per una valigia che aveva sognato piacevoli viaggi esotici. Non so quanto tempo fosse trascorso, lui si era calmato, finché entrarono il capotreno e la signora nascosta dietro. Il ragazzo uscì con il ferroviere come se fosse abituato a questa sceneggiata.

Sono trascorsi 40 anni da allora e la signora dai capelli argento, nonostante mi tenga per molto tempo in cantina, mi vuole bene e forse la accompagnerò ancora in qualche viaggio, pur senza amore, a Firenze.

 

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

Il sacco valigia militare negli anni 70

sacco_Tibaldo

di Federico Tibaldo

Devo fare uno sforzo di memoria, perché i fatti si svolgono nell’estate del 1973, durante il mio periodo di servizio militare nella fanteria di montagna, meglio nota come “alpini”.

Ogni alpino riceveva al suo arrivo una dotazione: le divise e gli indumenti per adattarle alle diverse stagioni, ben quattro tipi di scarpe, una gavetta e una borraccia. La nostra dotazione però comprendeva anche il necessario per contenere tutto questo e altro: un grande valigione floscio con maniglione centrale, definito “sacco valigia”, uno zaino tipicamente alpino e uno zainetto tattico di piccole dimensioni. Oltre a questo corredo era consentita una borsa “borghese”, da usare durante le licenze.

Di solito, si cercava di dare una certa rigidità al “valigione floscio”, inserendo all’interno un telaietto metallico, costituito da 12 tondini che andavano collegati tra di loro con degli angoli di plastica rigida, al fine di conferire al “valigione floscio” la forma di un parallelepipedo. Il telaietto era disponibile nello spaccio militare della caserma a prezzo modico, ma non troppo.

Queste “valigie” andavano un utilizzate secondo il regolamento militare, a seconda dell’evento previsto. Quindi se si trattava dell’esercitazione di un giorno, veniva utilizzato lo zainetto tattico, dove andavano inserite sempre borraccia e gavetta. Se si trattava del “campo estivo o invernale”, una o due settimane di marcia e scalate su sentieri di alta montagna, si doveva utilizzare lo zaino alpino. Invece nei trasferimenti, come ad esempio il cambio di caserma o di distretto militare, si doveva utilizzare il corredo completo, che vale la pena di descrivere.

L’alpino che veniva trasferito di sede, caricava sulle spalle lo zaino alpino, portava su una mano il sacco valigia e sull’altra mano la borsa “borghese”, mentre lo zainetto tattico veniva riposto all’interno del valigione insieme alle cose più voluminose, quali le calzature e le divise non utilizzata (a seconda che il trasferimento avvenisse in primavera/estate o autunno/inverno).

Il mio primo trasferimento degno di nota è stato quello dalla caserma C. Battisti di Cuneo alla Caserma Reatto di Bressanone, che da anni non esiste più. Pertanto, con tutto il bagaglio appresso, viaggiai prima sul cassone di un autocarro CM, poi con tradotta militare sulle famose carrozze “Centoporte”, munite di confortevoli sedili di legno trainate da uno già storico locomotore trifase E.432 con movimento a bielle.

Durata del viaggio da Cuneo a Torino: 4 ore su tratta di 98 km, con velocità media di poco inferiore ai 25 km/h, che comunque ci consentì di ammirare il panorama dettagliatamente. Fortunatamente a Torino salimmo su un treno di epoca più recente, sempre con bagaglio appresso. Comunque dopo 14 ore complessive di viaggio, arrivammo alla caserma E. Reatto di Bressanone; dove, in tutta sincerità, l’accoglienza non fu idilliaca, ma comunque in “linea” con la tradizione militari dell’epoca.

Ma torniamo per un attimo all’elemento che dà il titolo a questo racconto, ovvero l’ormai famoso sacco valigia.

La capienza generosa del nostro valigione, mi consentì di stivarci un bel po’ di cose: visto che eravamo in piena estate, la divisa invernale, cappottone compreso, gli scarponi alpini, gli scarponcelli, le scarpe ginniche, lo zainetto tattico e non ricordo nemmeno cos’ altro.

Comunque tra lo zaino sulle spalle, la borsa personale in una mano e il valigione nell’altra, posso garantire che, l’insieme descritto, determinava un bel esercizio fisico, ma eravamo giovani e forti……

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La mia valigia bordeaux

di Rosina Darù

valigia_bordeauxLa mia valigia, rossa bordeaux, come tante altre valigie, svela ricordi lontani, fantasie, sogni, emozioni e soprattutto riflessioni a distanza di tempo. Erano gli anni 80 e mi venne l’idea di partire con una cara amica romana (che ora purtroppo non c’è più) per un´avventura, un viaggio a Parigi, la città dell’arte per eccellenza. Quando l’idea iniziò a concretizzarsi, ci vollero pochi giorni per decidere insieme i tempi, le modalità del viaggio e come riempire velocemente la mia valigia. Per me era la prima volta …un viaggio importante… lei aveva invece già visitato diversi paesi lontani. Parigi è ormai distante dalla mia memoria, ma è rimasta nel mio cuore e penso che abbia giocato un ruolo positivo come esperienza di vita.

Un anno dopo era la volta di Vienna, stessa valigia bordeaux, stessa amica per… altra avventura, altro bel ricordo.

Poi però la valigia è stata sostituita dallo zaino, anche di colore rosso, per esplorare cime e creste montane prima considerate irraggiungibili. Quanta bellezza paradisiaca, in grado di farmi dimenticare la fatica del tragitto.

Ancora sento la morbidezza del plaid che mi calmava i brividi di quella fredda sera, nel rifugio Similaun, a 3000 m. All’indomani saremmo partiti per la vetta.
Eravamo in diversi amici lassù, un gruppo molto eterogeneo, ma ben affiatato.

Raggiunta la cima, il giorno dopo, provammo un´immensa felicità. Io e mio marito non dimenticheremo mai quella bellissima e straordinaria esperienza!!!

Ma ora torniamo di nuovo alla valigia (sì, proprio quella bordeaux!). Da “valigia del diletto” è diventata “valigia della scuola” o “valigia d´ordinanza”: avete presente quelle preparate sempre all’ultimo momento, la sera prima della partenza?

Le destinazioni, tutto sommato, sono sempre state invitanti: Roma, Sicilia, Toscana, Umbria, Spagna, Croazia…e anche Russia. Ma le gite con più scolaresche comportavano sempre un grosso impegno …prima, durante e dopo la gita stessa.

Rosina_DaruQuanta gioia, però, su quei freschi e giovani volti. Alla fine, se ci penso, era un´ottima occasione per avvicinare il mondo degli insegnanti a quello degli studenti, accorciare le distanze con una, per così dire, complicità del momento.

La mia cara vecchia accompagnatrice bordeaux non ha cessato di accompagnarmi neppure ai frequenti appuntamenti con i miei genitori, nel mio paesello d´origine, dove ritrovavo anche la Natura, elemento che ha contribuito a far di me quel che sono.

Ora però quella valigia non è più con me. È passata ad una ragazza romena che ho adottato a distanza per diversi anni. Un giorno è venuta a trovarmi e ho ritenuto giusto che la mia valigia, piena zeppa di vestiti e di cose utili, partisse con lei. Chissà …forse un giorno anche quella ragazza potrà ricordare e scrivere la sua storia con protagonista la stessa intramontabile valigia bordeaux.

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