Archivio mensile:22 febbraio 2022

La mia prima valigia

di Pierina Nori

matrimonio_pierina_fiorelloEra il 10 aprile 1947, il giorno del mio matrimonio. Era anche il giorno in cui avrei lasciato la casa dei miei genitori, per andare a vivere con mio marito. Nelle lettere che mi mandava, quando eravamo promessi, lui diceva che mi aveva preparato un “nido”.

Dopo la cerimonia, un piccolo rinfresco. Poi prendemmo un taxi, che ci portò alla stazione più vicina, quella di Vicenza: il nostro treno era quello per il Brennero, la fermata quella di Bolzano. Avevamo tre valigie, con dentro tutti i nostri averi, e la mia dote. Una valigia, riuscimmo a metterla nella rete di uno scompartimento, ma per noi e le altre due valigie non c’era posto: il treno era pieno di soldati, che tornavano in caserma dopo Pasqua. Noi due restammo in corridoio, con le valigie ai nostri piedi. Ci trovò lì il controllore e ci rimproverò, perché avevamo troppi bagagli: era tutto quello che avevamo.

Poi ci fu una brusca frenata, e la valigia sulla rete cadde sulle ginocchia della suora, seduta lì sotto, con un gran baccano: dentro era piena di mestoli e pentole, regalo di una mia cognata per la nuova casa.

Valigia_noriArrivati in stazione, mio marito diede le nostre valigie ad un facchino, che le caricò su un carretto, per poi sparire. Io ero molto preoccupata: avevo paura che non le portasse al giusto indirizzo! Ma mio marito mi disse di stare tranquilla. Aveva ragione: quando arrivammo all’appartamento, le valigie erano lì ad aspettarci. La casa sembrava una casa di bambole, rosa e azzurra: per me, un sogno diventato realtà.

Quello che avevamo all’epoca non era molto, dentro tre valigie. Ci sono stati sacrifici e duro lavoro, negli anni che abbiamo vissuto insieme. Ci sono state anche molte valigie, con il tempo più piene di quelle che avevamo portato a Bolzano: per andare a trovare i parenti, per passare le vacanze al mare, per fare persino dei viaggi all’estero!

Quando sono salita su quel treno, io e mio marito avevamo ben poco, ma è bastato per iniziare una lunga vita insieme. Cinquantasei anni. Cinquantasei anni felici, lo posso dire. E lo rifarei.

Ogni settimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021-2022)

Una valigia per Cefalonia

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di Lucia Tibaldo

“Ma…che ne diresti se quest’anno ce ne andassimo in vacanza a Cefalonia?”

“A Cefalonia?” Lucia ripete il nome dell’isola greca, prima incerta e poi, di nuovo, incredula. “Cefalonia!”

Nel suo tono di voce e nello sguardo che rivolge a Marco si confondono stupore, gioia, timore.

“Sì.” Semplice e diretto. “So che hai sempre desiderato visitare l’isola, è una parte della storia di tuo papà.”

Un papà che a Cefalonia non è mai arrivato, anche se avrebbe dovuto essere la sua destinazione: è rimasto a Bolzano, a fondere motori per i veicoli militari, cosa che sapeva fare meglio di tutti, mentre a Cefalonia si è consumato l’eccidio dei soldati italiani del 1943. Ci si prepara in fretta, da giramondo d’abitudine: due piccoli trolley per abiti e biancheria, uno zainetto per le cose da tenere a portata di mano e una borsa grigia dai profili rossi, il cui contenuto è fondamentale per poter passare in tranquillità il mese dedicato a Cefalonia.

Partono in treno, da Bolzano, e dopo alcune ore di viaggio, Marco e Lucia arrivano al porto di Ancona, per imbarcarsi sulla Hellenic Spirit, la nave traghetto di una grande compagnia greca, che li condurrà a Patrasso: da lì, dovranno prendere un traghetto per arrivare a Cefalonia. Dopo aver sbrigato le pratiche all’ufficio della compagnai, i due viaggiatori cercano e trovano una panchina: fermata obbligatoria e meritata, per fare uno spuntino e godersi l’aria di mare. A quel punto, non resta che trovare la nave e salire a bordo. La nave è già ancorata in porto, immensa e bellissima: lunga più di 200 metri e larga 26, può ospitare 1850 passeggeri nei suoi undici piani, divisi nelle loro cabine dotate di tutti i comfort, e quasi altrettante vetture trovano posto nel garage. Praticamente, un paesino galleggiante. A Marco e Lucia viene assegnata una cabina, ma la curiosità è troppa e l’esplorazione di un gioiello del genere è quasi un dovere: si affacciano nei grandi saloni soggiorno, dove la moquette attutisce i passi tra i divani; c’è l’imbarazzo della scelta, con due bar e due ristoranti all’interno della nave, e un altro bar sul ponte, vicino alla piscina. La sirena ulula e la nave salpa. Nonostante la mole imponente, la Hellenic Spirit viaggia veloce sul mare increspato e stare sul ponte è divertente; fa però davvero freddo, con tutto quel vento. I due viaggiatori si spostano all’interno e si accomodano in un salone tappezzato d’azzurro, da dove si può godere della vista grazie ad una grande vetrata: acqua a perdita d’occhio.

“Ho un certo languorino. Ce ne torniamo in cabina a mangiare qualcosa?”

“Volentieri.”

“Ah, ma di acqua da bere ne abbiamo?”

“Sì, certamente, dentro la borsa grigia c’è la bottiglia.”

“Dov’è la borsa?”

“La borsa!!”

Panico: la borsa grigia non c’è. Le ricerche senza risultato portano i due viaggiatori fino alla reception, ma non c’è niente da fare: la borsa grigia è dispersa. Ripensando ai loro spostamenti, arrivano alla conclusione che, nello stupore per la nave attraccata, la borsa grigia è stata dimenticata sul molo ad Ancona. Niente bottiglietta d’acqua, ma non solo: niente pinne, maschere e boccagli per fare snorkeling, niente ciabattine per camminare sugli scogli, niente mollette e filo per il bucato (insomma, in un mese di viaggio, i panni si devono lavare) e poi, niente libri, niente plico di settimane enigmistiche (raccolte con perizia per il viaggio), niente giacca a vento (regalo fatto da Marco a Lucia) e niente quotidiano Alto Adige di quel giorno, 15 settembre. Ma ormai sono in mezzo al mare, e di certo la Hellenic Spirit non farà dietrofront per la loro perduta borsa grigia. Passato il primo momento di sgomento, i due decidono di non lasciarsi scoraggiare da questo incidente: a tutto c’è rimedio. E così, arrivati a Patrasso, comprano nuove pinne e nuova giacca a vento e recuperano anche un paio di libri da leggere. Il mese vola, alla scoperta dell’isola greca: una storia antica che ha lasciato tracce ancora visibili, gente simpatica, panorami mozzafiato e nuotate indimenticabili in un mare profumato. Visitano anche, come in pellegrinaggio, i luoghi dove i soldati nazisti hanno trucidato quelli italiani, meno fortunati del papà di Lucia.

Arriva naturalmente anche il 15 ottobre e il mese di Cefalonia è al termine. Il giorno della partenza, con le lacrime agli occhi, Lucia e Marco salgono sul traghetto che li porta a Patrasso e, da lì, sulla nave per Ancona – che è proprio la Hellenic Spirit. Arrivati al porto italiano, Marco si sente ottimista: vuole andare all’ufficio della compagnia, per chiedere notizie della borsa grigia.

“Avete lasciato qui una borsa un mese fa?” L’impiegato si fa delle grasse risate, ma lo indirizza alla Polizia portuale.

“Un mese fa?” Se la ride anche il poliziotto. “Comunque, andiamo di sopra all’ufficio oggetti smarriti.” E solerte, lo accompagna.

L’impiegato agli oggetti smarriti ride molto di meno quando risponde. “Sì, sì, l’abbiamo trovata! Abbiamo anche chiamato gli artificieri… adesso però non è più qui: l’abbiamo inviata all’ufficio oggetti smarriti di Ancona!”

Marco e Lucia devono partire ancora una volta senza la borsa grigia, verso casa, dove però la perduta li raggiunge dopo un paio di giorni, per posta. La borsa viene aperta, con un po’ di batticuore: cosa sarà rimasto del suo contenuto, dopo un mese? Quasi tutto, in effetti. Manca però qualcosa: il filo per stendere il bucato e l’Alto Adige del 15 settembre.

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