LA VALIGIA DEI DESIDERI

di Riccardo Tontaro

Una lettera? A quest’ora insolita, mah, pensai tra me e me… Doveva essere proprio una razzo a mandata importante: era stata spedita, solo tre minuti prima, dalla Svezia. Carta filigranata con francobollo di un paio di metri quadri leccato da poco e ben spiaccicato su una busta dalla quale uscì un foglio delle dimensioni di una tovaglia per tavolo da dodici. Era un invito. E che invito! Poche righe di inchiostro, raggrumato in una calligrafia che sapeva d’antico, dicevano che avevo vinto il premio Snobbel per la letiradure. Il premio Snobbel, hai capito, ripensai tra me e me. Ma la sorpresa, in quell’attimo di tronfiezza, si lasciò subito ammaliare dal panico: non avevo lo smoking. Mi fiondai quindi, nonostante l’ora tarda, da Ginetto il fighetto del borghetto, un trappolotto di uomo alto un metro e mezzo, cappello compreso, ma dalle maniere altamente raffinate, il quale, senza farsi pregare più del dovuto, aprì la sua vecchia valigia da mago, custodita nel sottotetto di quella sua casa periferica e suburbana, ed estrasse un vestitino lievemente appariscente. Ma comunque di smoking si trattava. O quello, verde ramarro fosforescente, o niente. Lo presi. Presi in prestito anche la camicia con il collo a beccuccio, un papillon a pois riannodato di recente e una coppia di gemelli di otto mesi, nel senso che erano alquanto grandicelli per i miei gusti. Ginetto fu così cortese da accompagnarmi alla stazione, salii – senza alcun biglietto – sul treno dei desideri e via!

Con me, impoltronato mica poco, quel treno non viaggiava su binari regolamentari, sfrecciando a tutto vapore verso la nordica destinazione. Mi avevano riservato un’intera carrozza, piena zeppa di cosette curiose. Ero solo, nessuno mi squadrava, nessuno mi controllava, e potevo toccare tutto, senza essere sgridato. Tanti oggetti, mai visti prima. Dischi, in vinile, che bastava solo guardarli e suonavano la musica che più ti piaceva, cuscini soffici per sogni d’oro, sor­prese con dentro l’ovetto, salsicce cicce che colavano di gioia, crauti gelosi che ne volevano un po’ anche loro, sole caldissimo in formato tascabile da usare al bisogno, pezzettini di cielo di ogni blu trapuntati di stelle di gomma, che quando cadevano rimbalzavano di nuovo al loro posto, lune in formato mignon, di quelle che ti fanno venire un friccico nell’anima, fiori, prati, mari da tuffarcisi dentro nudi, maschere che si scioglievano per cui non serviva mettersele, ampolle di libertà come l’aria incondizio­nata, boccette di pace intelligente, flaconi di pazienza per non ipocriti, pennelli colorati che dipingevano da soli, libri di favole parlanti, penne con l’inchiostro che da macchia si trasformava in parole di magia, fiori danzanti e vasetti di vetro colorati con dentro delle piccole stelline, con etichetta che diceva, a voce, “Aprimi”. Chiaramente, li aprii tutti, tutti quanti… Il soffitto a volta della carrozza si trasformò seduta stante in un piccolo firmamento. Rimasi incantato a guardarle per ore, volteggiavano così felici, le stelline mobili. Ma il loro posto, pensai, non è dentro una carrozza del treno, anche se era quello dei desideri. Allora aprii il finestrino e, una a una, le feci scivolare fuori, nel cielo, che quello è il loro posto. E, mentre mi guardavo i palmi delle mani, pieni di granellini luccicanti, mi accorsi che dagli altri finestrini uscivano dei retini. Solo che non erano farfalle quelle che stavano raccogliendo, erano farfallettere. Ed erano i retini dei poeti quelli che catturavano le parole, quelle più belle, e degli scrittori, che acchiappavano le frasi più incantevoli di sempre per metterle in fila, insieme a qualche sensazione da brivido, nei loro racconti. Di quelle farfallettere ne raccolsi qualcuna anch’io: sono dentro queste poche righe che ho, vanitosamente, “scritto”. Che sarebbe sufficiente sfogliare una qualsiasi cosa “scritta” nei primi del Novecento per farmi subito volare molto basso. Ad esempio, queste poche righe di Louis Ferdinand Céline (Viaggio al termine della notte, 1932): “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”.

Ma questo è il bello, e il difficile, dello scrivere e del leggere: si può viaggiare con qualcun altro nel suo viaggio? Penso di sì, anche se la stessa vita, talvolta, ce le tira dure – “delusione e fatica”: basta solo aprire una valigia, o un libro, o un quaderno di pagine ancora bianche. E partire…

Ogni settimana una nuova “storia di valigie”!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

 

5 pensieri su “LA VALIGIA DEI DESIDERI

  1. Sandra Lando

    Fantastico Riccardo Tontaro! Autore divertente e di grande fantasia, trovo il racconto delicato e poetico, raccontare storie è una grande arte – poi letto dall’autore in persona con anche gli effetti sonori, molto bello. Bravo

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    1. Patrick Gasser

      Gentilissima Sandra, La ringraziamo per il gradito commento!
      Compiaciuti del Suo prezioso contributo
      Le porgiamo

      Cordiali Saluti
      Lo staff museale

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  2. Ilia Gianella

    Poesia pura, mi è piaciuto molto immergermi nella lettura di questa storia di fantasia.
    Chi l’ha scritta ha sicuramente un animo sensibile e gioioso. Complimenti!

    Rispondi
    1. Patrick Gasser

      Gentilissima Ilia, La ringraziamo per il gradito commento, piacevolmente delicato e attento nell’interpretare il post dell’autore.
      Compiaciuti del Suo prezioso contributo
      Le porgiamo

      Cordiali Saluti
      Lo staff museale

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