Il mio baule-armadio

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di Giusy Salati Spalla

La storia di questo baule-armadio comincia quando avevo 12 anni ed è legata alle mie prime esperienze di viaggio, non di tipo turistico, ma per andare a vivere in localià non proprio vicine.

Il tutto si inserisce ovviamente nelle esigenze della mia famiglia. Mio padre, Ufficiale di Stato Maggiore, era stato da poco inviato in Canada per la frequenza della locale Scuola di Guerra e ci aveva preceduto nel trasferimento in tale Nazione.

All’epoca abitavamo a Milano e per la verità non era l’unica sede in cui ho abitato. Già da più piccola avevo dovuto affrontare i disagi, quelli che per me erano i più gravi, di dover cambiare ogni due o tre anni localtà e come ovvio perdere quelle iniziali, piccole relazioni “sociali” che incominciavo ad avere con i miei compagni di scuola. Ogni volta  mi facevano sentire sempre come …”l’ultima arrivata“. Questa volta però, alla ormai consolidata novità di cambiare casa e amicizie, si trattava di andare a vivere in un altro Continente.

I preparativi per la partenza furono impegnativi. Mio papà ci aveva fornito indicazioni complete su cosa portare, come vestirci in considerazione del freddo clima locale. Dovevamo anche limitare il numero di bagagli e alla mamma fu suggerito di comprare un baule-armadio che avrebbe potuto risolvere in parte i nostri problemi. Accompagnata da una sua cugina si recò in Galleria Vittorio Emanuele, in un negozio molto bello che si chiamava Franzi e comprò questo baule-armadio.Tutte la rifiniture erano in “cuoio Franzi”, e aprendo la parte superiore si vedeva il suo rivestimento in velluto cremisi. Era molto bello!

Nascono così i ricordi di questo baule-armadio nel quale furono sistemati  i nostri  vestiti, le scarpe e una buona parte di biancheria. E anche io trovai il modo di farci stare alcune cose personali, “i miei piccoli segreti“, che non volevo assolutamente lasciare in Italia. Il baule-armadio e le altre valigie ci seguirono in tutta questa nostra avventura.

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Sull’ Andrea Doria

Affrontammo il viaggio sulla nave Andrea Doria, a quei tempi un transatlantico famosissimo , che però ebbe una tragica fine.  Affondò purtroppo il 25 luglio del 1956.

Il viaggio iniziò da Genova. Ricordo benissimo quel giorno perchè era la vigilia del mio compleanno. Compivo 12 anni e quei ricordi mi sono rimasti impressi nella mente. Il viaggio durò 12 giorni, spesso con mare molto grosso,  forza 8 mi ricordo. Venivamo sballottati qua e là. Io ero molto timorosa perchè andavo verso l’incognito. Avevo lasciato tutti i miei amici, i miei professori, ecc. Piangevo di nascosto per non farmi vedere dalla mamma.

Arrivati nel nuovo Mondo dovemmo affrontare altre, nuove situazioni. Scendendo dalla nave pensavamo di vedere il papà aspettarci sulla banchina ma purtroppo non c’era. Per alcuni disguidi non era riuscito ad arrivare in tempo per accoglierci.

Il porto di New York era organizzato (credo soprattutto per gli emigranti) con dei settori individuati da lettere dell’alfabeto, quindi noi ci mettemmo nel settore “S” (il mio cognome è Spalla), e subito iniziarono i primi problemi per farci capire dal personale di servizio. Noi non conoscevamo l’inglese; io studiavo il francese e  anche mia madre a scuola aveva imparato il francese. Cercammo perciò di farci capire esprimendoci a gesti. Ho ancora molto chiaro questo viaggio avventuroso!

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Lasciando New York

Finalmente papà arrivò. Recuperati tutti i bagagli, compreso avviamente il caro baule-armadio con i miei piccoli segreti, papà ci fece fare un giro per New York prima di salire sul vagone letto che ci avrebbe portato a Kingston in Canada. Fui colpita, e ricordo come se fosse ieri, nel vedere gli addetti al treno, soprattutto  afro-americani, in divisa con il cappellino in testa, che per far salire sul treno mettevano una piccola scaletta di 3 gradini e si chinavano per ringraziare.  Tutte cose per me nuovissime.

All’arrivo, la mattina dopo, ci trovammo con un paesaggio tutto bianco. Durante la notte aveva nevicato moltissimo, e mia madre, sottovoce, mi diceva “ma dove ci ha portato, dove ci ha portato tuo padre!”, facendo però finta di niente.

Con un breve percorso in taxi arrivammo nella casa, tutta ammobiliata, che ci avrebbe ospitato per quasi un anno e, un po’ alla volta, svuotammo i nostri bagagli e tutto ciò che conteneva il baule-armadio.

Ma la storia del baule-armadio, con il piccolo scomparto dove avevo nascosto i miei più cari ricordi, non termina qui. Ha continuato a seguirci durante i successivi trasferimenti della mia famiglia, dovuti alle varie sedi di servizio di mio padre. Ricordo  qui soltanto gli ultimi all’estero, tralasciando quelli numerosi in giro per l’Italia. Il baule-armadio ci ha seguito a Parigi e, per ultimo, in India, a New Delhi ove vi si è fermato per 3 anni, prima di tornare definitivamente in Italia.

Poi io mi sono sposata e, pur continuando con numerosi traferimenti e traslochi in Italia e all’estero, il baule-armadio “ha preferìito ” non lasciare i miei genitori, ma io ho portato con me i preziosi ricordi del tempo trascorso insieme.

Ciao, amico carissimo della mia giovinezza!

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)

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