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CESTE E VALIGIE FUGGENDO DALLE BOMBE

di Ettore Frangipane

Avevo compiuto nove anni proprio il Natale del ’43, quando Bolzano fu bombardata pesantemente. Allora mio padre decise di lasciare il Colle, dove eravamo sfollati, e di metterci al riparo nella più sicura Nova Ponente. Era il 21 febbraio 1944, un carro trainato da due cavalli, e sul carro valigie e un paio di ceste, e nelle ceste i nostri averi, e noi tutti – genitori e i tre figli piccoli – a seguire cavalli, conducente e il carro con ceste e valigie. Ore di cammino.

Via dal Colle

Dal Colle a Nova Ponente. Da sinistra Ettore (9 anni), Giuliana (5), il conducente, Maria Grazia (3), mia madre

Le bombe erano cadute proprio al momento del pranzo. Ci eravamo incontrati nell’albergo “Klaus” noi Frangipane con i signori Halfer (primario pediatra) e Ferrari (comandante dei vigili del fuoco), genitori e bambini. Al entro della tavola era apparso un piatto prelibato, all’epoca raro a vedersi: una grossa oca ripiena, che mia madre aveva cucinato secondo la ricetta della sua terra, la Sassonia. Improvvisamente un grande frastuono, tutti in cantina, la terra che trema, la famiglia del vecchio proprietario (per noi era il “Klaus”) che recita il rosario in tedesco, a voce sempre più alta, quasi a voler superare il rombo degli aerei, il fracasso delle esplosioni, la Trèasl seduta davanti a me che piange urlando a bocca spalancata, il padre francescano che era salito al Colle per  celebrare la messa di Natale che ci benedice in articulo mortis.

Il tenente colonnello James R. Byerly comandò il bombardamento di Bolzano il Natale del 1943

Poi torna il silenzio saliamo a goderci l’oca, ormai appena tiepida, ma ci raggiunge la notizia che c’erano due aviatori inglesi (invece erano americani), presi prigionieri dai contadini. Tutti nuovamente giù: uno era ferito e giaceva in una camera. Mia madre con la signora Halfer (che aveva esperienza d’ospedale) risalirono per medicarlo. Noi bambini andammo nella Stube a vedere l’altro aviatore. Stava seduto sulla panca di fronte, mi parve molto elegante, aveva i baffi ed un occhio gonfio e nero. Fece cenno a noi bambini di avvicinarci e sfilò dal portafogli una foto dei suoi bambini, per mostrarcela. A distanza di decenni seppi – e ne scrissi – che si trattava del tenente colonnello Jean R.Byerly, comandante dello stormo di quaranta bombardieri che avevano devastato Bolzano. Il suo aereo era stato colpito dalla Flak, la contraerea tedesca, sopra Ora. Quattro aviatori erano morti sul colpo, gli altri, come Byerly, s’erano salvati col paracadute. L’aereo era precipitato a Rencio. Risalimmo per tornare all’oca ormai fredda.

Ci furono poi altre bombe e mio padre decise che ce ne saremmo andati. Assoldò un contadino col suo carro e aiutai la mamma a riempire le ceste (una serviva a mia sorella Maria Grazia come culla), poi incominciò il lungo cammino verso il Colle dei Signori e oltre, fino a Nova Ponente, una percorso interminabile, che mi riservò un’altra esperienza choccante: l’incontro con i prigionieri russi. Erano accasermati a Nova Ponente e lavoravano alla costruzione della strada che da lì conduceva a Monte Pozza, dove si trovava la contraerea.

Davano di piccone e badile sotto gli occhi attenti di alcuni soldati tedeschi armati di Maschinenpistole. Passammo tra di loro in silenzio ma sentii uno di loro dire al suo vicino qualcosa in una lingua incomprensibile, della quale colsi la parola “italianski”. Più tardi a Nova Ponente diventai quasi loro amico. Li tenevano nello “Schloss”, la vecchia costruzione ora adibita a municipio, e noi Frangipane abitavamo lì vicino. Qualche volta mia madre ci diede da portare loro qualche minestra (ricambiavano con giochetti che ritagliavano nel legno), finché non accadde che uno dei loro guardiani, alterato dall’alcool, un giorno urlando cacciasse via me e la mia sorellina Giuliana.

La strada fu completata e la iniziò a percorrere una camionetta militare tedesca, che più volte ci diede un passaggio, quando incontrava me e mia madre (tedesca purosangue di Lipsia) che andavamo per masi a comprare burro e uova. Dei prigionieri non seppi più nulla. Ceste e valigie tornarono a fine 1945 a Bolzano, in un autocarro. Ma noi Frangipane, comodamente col Postauto della SAD.

E io vissi più tardi, fino al 1995, con una valigia sempre aperta, pronta ad essere riempita e richiusa: giravo il mondo come inviato sportivo per la RAI.

 

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Un’azione nella cornice della mostra temporanea “Borse, trolley e valigie – Viaggio nella storia dei bagagli” (2021)